specchi

Svegliarsi

ed affrontare ogni fottuto giorno la relazione più dura,

quella di ogni mattina.

La relazione con lo specchio infido,

che nulla lascia all ’ immaginazione,

nulla fa.

Che immobile nel suo riflettere perpetuo

è capace di piangere,

ridere,

saltare,

senza fare una sola

minima

oscillazione.

Lettera a mia sorella

E’ finita un’altra relazione, è finita un’altra storia. E ora ti domandi, di nuovo, se quella sbagliata sei tu, cosa hai fatto per meritare, di nuovo, di avere il cuore a pezzi, di sentirti così sola, affranta, abbandonata.
Ma anche in questo caso, con cognizione di causa e serenità, ti dico che semplicemente non è colpa tua.
E’ difficile capire cosa ci sia di sbagliato, e se non trovi spiegazioni al perché, è perché in fondo, spiegazioni non ce ne sono. Non ci sono motivi semplici, lampanti.
Ogni volta è come la prima volta.
Ma io ti dico, in tutta onestà, che ce l’ hai fatta una volta, e ce la farai ancora, e ancora.
E se anche dovessi passare per altri mille amori sbagliati, non puoi decidere di arrenderti.
Da adesso sola a vita. O, da adesso troia a vita.
No, sbagli.
Non era amore.
Se è finita un’altra storia, non era amore. Punto.
Ma questo non vuol dire che devi arrenderti. Non fare che il tuo cuore si chiuda, si inaridisca, per l’ennesimo amore che ti ha lasciato disidratata, confusa e sola.
Piangi, disperati, urla contro il cuscino, e poi lavati la faccia, metti un rossetto sfacciato e un paio di tacchi (tu che puoi), ed esci.
Leggi, cresci, esplora. Fatti un tatuaggio nuovo, piccolo, come una cicatrice che non andrà più via, compra una borsa nuova e vai in riva al mare.
Ascolta un po’ di bella musica, anche se dovesse deprimerti di più e farti piangere ancora e ancora.
E poi, sciacquati la faccia con l’acqua salata, senti il pizzicore sulla pelle, il sole caldo che ti fa sudare, la sabbia fastidiosa tra le dita dei piedi o la melma disgustosa degli scogli, e renditi conto che tutte queste cose le puoi ancora sentire.
E le puoi ancora sentire perché, anche se ti sembra di essere morta dentro, tu sei viva.
E hai dei bei capelli, tante amiche che ti rispondo dall’altro capo del mondo, mani graziose e un cervello che funziona.
Hai un lavoro che ti appaga, abiti in un posto dove la gente va in vacanza. Mentre tu sei là. E puoi godere di tramonti e di albe e di sole e di mare e di birre bevute ghiacciate. Puoi conoscere gente che viene da tutte le parti del mondo.
Ma non cercare un altro uomo proprio ora!
Adesso devi solo capire chi sei.
Chi sei? Te lo sei mai chiesto?
Ti sei mai domandata se sei felice, se ti piace questa nuova casa, se ti è davvero piaciuto il sushi, o l’ultimo libro che hai letto?
Ti sei mai guardata allo specchio, interrogando quella nuova ruga che è uscita intorno agli occhi, scrutando tra le labbra ricoperte di lacrime salate, hai mai perso 10 minuti della tua giornata per capire chi sei? E che vuoi?
Come è possibile che una donna bella, forte, coraggiosa, intraprendente, perda di nuovo il tempo a rimpiangere e a chiedere cosa ci sia di sbagliato in lei!
Non me lo spiegherò mai.
Eppure siamo tutte così.
Siamo intelligenti, con un lavoro, o con un progetto. Cerchiamo sempre il meglio, e poi ci accontentiamo del meno peggio.
Vogliamo l’uomo con l’occhiale intellettuale, o quello muscoloso, l’uomo gentile o quello burbero. Delineiamo esattamente, con precisione chirurgica, le caratteristiche che il nostro compagno ideale dovrebbe avere. E poi? E poi ci abbandoniamo ad un nuovo compagno, chiunque esso sia, anche se sappiamo perfettamente che non è il nostro uomo ideale.
Io, ad esempio, ho impiegato esattamente 2 giorni a capire che l’ultimo uomo della mia vita non era quello adatto a me, eppure ci sono stata per più di due anni. Poi l’ho lasciato e l’ho persino rimpianto.
Perché?
Perché non riusciamo a comprendere che qualche volta, magari, basterebbe guardarlo negli occhi, quell’uomo, per capire che non troveremo la felicità in lui.
Ogni volta è come la prima volta, ogni santissima volta ci ritroviamo a piangere, a rammaricarci, a chiedere spiegazioni, ad urlare.
Potrei continuare a scrivere e a parlarti per ore. Potrei continuare a darti lezioni di vita su quello che si deve o non si deve fare. Ma non sono esattamente la persona adatta.
Sono sola.
Proprio come te.
Proprio come milioni di ragazze in tutto il mondo che continuano a cercare spiegazioni, errori, giustificazioni.
Sono sola e ho scelto di esserlo.
E sono felice così. Nonostante un po’ di nostalgia, un po’ di malinconia e qualche lacrima prepotente che esce di nascosto, sono felice così. Perché mi basto.
In fondo, vorrei solo dirti di lasciar perdere ogni ricordo, ogni nebbia, ogni malumore. Ascoltati, assecondati, respira. Se vuoi piangere, fallo. Se vuoi ridere, fallo.
Ma non buttarti di nuovo nelle braccia di uno stronzo qualunque, non fare che di nuovo qualcuno raccolga i tuoi pezzi. Perché li riaggiusterebbe a suo piacimento. I cocci, raccoglili tu. Aggiustali tu. Aggiustati tu. Ricomponiti, amati. Respira.
E se dovessi incontrare l’ennesimo uomo, che per l’ennesima volta, dopo l’ennesima storia, dovesse ridurti a brandelli, almeno non gli avrai reso facile il gioco.
E’ tutto qui. Devi solo respirare. Di nuovo.

parole

Le parole
Sempre
Hanno un peso.
Una leggerezza
Una sensualità
Come il seno di una puttana
O la tetta di una madre.
Bisogna sceglierle
Ed accarezzarle
Dando spazio, nuovo
Ad ogni minimo pensiero,
Sancendo su carta
Tutto quello che sfiora la mente.
Bloccarlo
Fermarlo
Prima che scompaia.
Per assolverci da ogni cosa.
Da ogni peso
E da ogni leggerezza.
Fino al momento in cui
Sarà più facile
Dormire.

Pausa caffè

Sai che ti dico? Che adesso io scrivo ancora un po’.

Domani, come sempre, ci vedremo: io ti sorriderò, tu mi dirai che senza me non puoi vivere, io fingerò di crederti e berremo il nostro caffè.

Poi, come sempre, ti girerai e andrai via.

Ed io rimarrò ferma a guardarti la schiena, con l’esigenza fisica di parlarti, ma senza dirti nulla.

Come sempre.

per – donare

 

Bisognerebbe, ogni giorno, farsi un regalo.

 

Guardarsi dentro, trovare la strada, capire e sorridere, di fronte allo sbaglio commesso mesi prima, di fronte alla litigata mai risolta, di fronte alla risata beffarda di chi ti ha preso tutto.

Ogni mattina, guardando il sole sorgere un’altra volta, capire e ricordare che quella persona che si è alzata ieri, non è la persona che si è alzata oggi.

E’ diversa.

Oggi avrà un pezzo in meno. Una piccola scheggia di cuore in meno. Un capello in meno, e forse anche un sorriso in meno.

A questo punto bisognerebbe farsi un dono.

Perdonare e perdonarsi.

Per – donarsi, ogni giorno, quella piccola scheggia di cuore mancante all’appello.

Dimitra [part. 1]

Si allontanò lentamente, tenendo lo sguardo fisso di fronte a sé. Quella che continuava a vedere era un’immagine che non le apparteneva. Era gommosa, unta, ricoperta da liquame viscido e biancastro, che sorrideva, mostrando denti neri e bucati.

Lo specchio, sempre lui, il grande nemico, la porta verso quella che lei non era. O forse era.

Quando provava ad avvicinarsi a quell’essere per vederlo meglio e studiarne le fattezze, si ritrovava catapultata dall’altra parte, faccia a faccia con lei. Con se stessa. Con una lei nascosta, da qualche parte, armata, sporca di sangue e con i polsi tagliati. Con la se stessa dalla testa sfracellata, dalla se stessa con la pancia bucata da coltelli ruvidi, seghettati e arrugginiti. Era quella con la mazza da baseball in mano, che colpiva chiunque le si avvicinasse, spaccando crani e facendo uscire cervelli rosa e grigiastri che poi cadevano al suolo, morbidi e umidi.

Continuava a cercare di allontanarsi da quello specchio, ma ne era ormai diventata parte. Ogni tanto riusciva a cacciare il volto fuori, respirare di nuovo, rivedere i colori. Ma la sua mano, la sua gamba, il suo piede, metà testa erano lì, invischiati e bloccati in quel buio senza fine e senza nome, con quella donna con i suoi stessi capelli, che urlava e rideva sguaiata.

Ogni tanto vedeva di nuovo la luce. Ma la maggior parte del tempo era il buio.

E per ogni mano protesa, per ogni persona che cercava di prenderla, di recuperarla, di tirarla verso il sole, ce ne erano due che la calciavano dentro, che la spingevano, costringendola ad una infinita tensione tra le mani che la salvavano e i calci che la punivano.

Forse una soluzione c’era. Era pur sempre uno specchio. Poteva lasciarsi andare lì dietro, rimanerci e nel frattempo riflettere la luce altrui.

Poi Dimitra incontrò un uomo. Legò una corda molto sottile alla sua caviglia, e se la attaccò in vita. Sperava di poter essere trascinata fuori da quel limbo maledetto. Ma ogni volta che riusciva ad allontanarsi un poco in più, quella donna, dall’altra parte, gridava furiosa, gli occhi ingigantiti, una specie di lamento, un dolore straziante e fortissimo, e mentre gridava la riportava più vicino.

In poco tempo si trovò invischiata sempre più. Non riusciva a muoversi.

La corda si staccò: era sottile, in fin dei conti.

E poi, infine, si abbandonò.

Mentre si abbandonava a quell’anima dannata vide la mano di quell’uomo tesa verso di lei. Non riuscì ad afferrarla, e sprofondò nel buio.

Claire & Louis [ parte IV]

Sapeva che non si sarebbero visti per più di un mese, e quello che proprio non riusciva a sopportare era l’idea che non avrebbero potuto neanche scriversi, o sentirsi.

Con tutta probabilità lui avrebbe mangiato qualche altro cuore, sorridendo con quei denti bianchissimi, incorniciati da un’abbronzatura perfetta, emanando quel profumo suo solito, di pane, di fumo e di buono.

Sarebbe sceso dalla barca, nella sua t-shirt colorata e nei suoi bermuda bianchi, e a piedi scalzi avrebbe camminato sulla banchina del porto, portandosi dietro i suoi segreti, così faticosamente conservati.

Claire, abbandonata su una spiaggia assolata, con le cuffiette e le orecchie piene di musica, a protezione dal mondo esterno, l’acqua fredda e cristallina, sognava che su quella isola sarebbe potuto scendere lui, prima o poi.

Quella mattina era scesa in spiaggia, nel suo costumino fucsia a strisce, i capelli legati alla meno peggio in uno chignon arruffato, occhiali da sole e una borsa troppo grande, marrone.

Non aveva mai dato peso o importanza al modo di vestire, non amava abbinare rossetti e  smalti, non capiva l’ossessione che le donne provavano per tacchi, gonne e messe in piega.

Attraversò la strada, e percorse un vicolo strettissimo che passava attraverso mura bianche e azzurre, quasi come a volersi abbinare al mare blu che si stagliava sullo sfondo e al bianco delle decine di barche ormeggiate tranquille. L’odore del caffè che proveniva dal bar all’angolo era forte, il chiacchiericcio delle persone sedute, il loro sventolare ventagli colorati, tutto era così maledettamente perfetto e posizionato nel posto giusto, nell’angolo esatto, quasi a formare una cartolina. Una signora in particolare, la colpì. Rimase a fissarla, alla fine del viottolo. Era bella, sulla cinquantina, vestita con una tunica rosso corallo che nascondeva male le grosse curve morbide, le unghie laccate, i capelli raccolti e un sorriso stampato in faccia, perenne.

La signora parlava e sorrideva e continuava a sorridere alle persone intorno a lei, ma era sola. Non aveva uno sguardo più intimo per qualcuno, non aveva mai accarezzato la mano dell’uomo seduto accanto a lei. Era sola. Ma felice. E Claire non poteva fare a meno di interrogarsi su quella grassa e bella signora, chiedersi da dove venisse, quella poteva essere la sua storia.

Claire non si accorse che nel fissare quella donna, si era fermata alla fine del vicoletto, talmente stretto che la donna, alta, bionda, presumibilmente tedesca, dietro di lei, dovette colpirla un paio di volte sulla spalla, per risvegliarla dal suo torpore e farla spostare.

Continuava a sembrare un vegetale.

Non riusciva a dimenticare le ultime parole che si era scambiata con Louis.

Aveva urlato contro di lui, sperando di piangere qualche lacrima che però non le usciva, “perché diavolo non mi dici la verità? Dobbiamo rimanere almeno amici? Dimmi la fottuta verità, per una volta!”

Ma Louis non rispondeva, non amava essere aggredito, e ogni volta era una scusa, ogni volta cacciava quella storia, storia che, diceva, lo aveva ferito, che gli aveva fatto capire che con lei non ci sarebbe mai potuto stare. “ti sei scopata Frank”.

Una sentenza.