Ricordi di un’altra me

Sarebbe carino sentire di nuovo quella mano accarezzarmi. Ricordo di quando nel riflesso della finestra ti vedevo sorridere. La luce arrivava in maniera trasversale, e illuminava solo la parte sinistra del tuo volto: l’occhio sinistro, un pezzo di bocca, una ciocca bionda.
Sorridevi, un po’ maliziosa, e mi guardavi con il viso un po’ abbassato, come a voler farmi credere che sei una creatura innocente, un po’ bambina ancora. Soffiavi sulla tua tazza di caffè, e ridacchiavi.
Ricordo che in quella mattina silenziosa sarei rimasta a sentirti ridacchiar per ore. Sembrava una scena estratta da un romanzo giapponese, di quelli delicati che parlano di fiori di ciliegio e rami candidi. Sembrava la scena di un film, dove le protagoniste hanno sempre quelle tazzone di caffè bollente. Sembrava un cliché, un bellissimo cliché, e a me andava bene così.
Non avrei desiderato nient’altro.
Se solo tu fossi rimasta. Se solo un giorno non fossi tornata a casa e non ti avessi più trovato. Non ti ho più trovato. Non un maglione, non una camicia, non un paio di mutandine o un capello sulla spazzola. Non un’ impronta di labbra su un bicchiere o un mozzicone di sigaretta. Eri sparita, come se non fossi mai esistita, il tuo profumo, il tuo DNA era sparito dall’appartamento, come non fossi mai passata di qui.
Eppure continuavo a vederti, al bar con le amiche, e tu continuavi ad avere quell’aria un po’ infantile e un po’ maliziosa. Sapevi che ti stavo guardando, ti piaceva essere osservata. Ma non c’eri più.
Non eri più nel letto la notte quando ti pensavo, non eri più nelle lenzuola fresche di bucato, la tua risata la potevo sentire solo come un’eco.
Un’eco nella lavastoviglie che fa rumore quando la apri, un’eco nella lavatrice che si spegne dopo la centrifuga, un’eco nel portoncino di casa che sbatte quando rientri da lavoro, un’eco nel rumore della carne che sfrigola sulla piastra. Un’eco nella “macchinetta del caffè” che borbotta e spiffera.
Eppure non c’eri più. Eppure ti ho amata.
Eppure sei sparita, lasciandomi solo sete e nulla più.
Eppure tu mi amavi. Tu, mi amavi? Non era quello che mi ripetevi, costantemente? Non era quello che ci legava? Sei sempre stata tu quella serena tra di noi.
Sei sempre stata tu quella che continuava ad andare avanti, che tanto le cose si sarebbero aggiustate. Sei sempre stata tu quella che non aveva bisogno di ulteriori conferme. Tornavi a casa, studiavi, preparavi l’insalata, eri serena. Dei giorni, più difficili, magari ti incupivi un po’ di più, ma poi mi sorridevi e a me… mi si scioglieva l’anima. Ti bastavano un paio di ore di sonno per fare il pieno di energia, nelle situazioni più drastiche anche un piccolo pianto davanti ad un film romantico. Qualche cioccolatino, o un bel bicchiere di vino, e rinascevi a nuova vita, trovavi la forza per far vivere tutte e due. Eri tu, la forza, la forte.
Ti osservavo dal letto, quando ti guardavi allo specchio, nuda, e scoppiavi a ridere per quel rotolino nuovo sulla pancia.
La tua risata era ossigeno.
Poi ti andavi a fare la doccia, che doveva essere bollente, e doveva creare tutto un vapore caldo intorno a te.
Mi ricordo di quando ti truccavi, e facevi tutte quelle smorfie per scurire bene tutte le ciglia col mascara, e far seccare bene il rossetto rosso. E poi facevi quella cosa di guardarmi tramite lo specchio, alzando un po’ le sopracciglia come a fare la sexy. E ridevi. Quanto ridevi. Dio santo, quanto cazzo ridevi.
E ti ricordi, di quella volta in cui, mentre ti stavi truccando, sei inciampata all’indietro e per poco non hai sbattuto la testa sul bidet? Che fortuna che hai avuto, ma che spavento! Il cuore batteva forte. E poi, nitido, ricordo quel pensiero improvviso, come uno strappo sui jeans – peccato che non abbia sbattuto la testa –
È bastata una frazione di secondo, un pensiero che non sarebbe più tornato. Lo mandasti via, ridendo imbarazzata.
Ma era lì. Ci era passato. Quindi era lì.
Ed è stato quello forse il giorno in cui hai smesso di ridere? Perché non ti ho fermato?
Ti vedevo mentre ti incupivi ogni giorno di più. Vedevo la fatica nel guardare lo specchio e sorridere. Ma tu lo facevi lo stesso, sorridevi lo stesso. Ma si sentiva la stanchezza di quel volto e di quegli occhi che ormai fuggivano ogni contatto.
– Va tutto bene –
Andava sempre tutto bene. Continuavi a sfumacchiare, forse sempre un poco in più. La sera, a casa, non trovavo più di 5 mozziconi, ma sapevo che gli altri erano stati già buttati, il posacenere già svuotato.
Come ho fatto a non capirlo. Per sempre, me ne pentirò per sempre.
E adesso che mi manchi come non mai, adesso che non riesco neanche più a ricordare il tuo sapore, adesso che non ti vedo negli specchi, né nella doccia, ora che non ti sento più camminare con quel passo pesante tra le stanze, me ne pento. Chiedo scusa, profondamente scusa.
Vorrei gridartelo, vorrei portarti dei fiori, o delle piante grasse che ti piacevano sempre un po’ di più. Vorrei portarti al mare, o a vedere Copenaghen. Vorrei farti volare con il deltaplano, comprarti un aquilone. Quanto darei per sentire di nuovo quella risata e per vedere gli occhi accartocciarsi da un immenso sorriso, il naso un po’ umido per il raffreddore e i capelli sconvolti per il vento.
Che cosa darei per sentire di nuovo l’odore delle tue mani, che sapevano sempre di caffè e crema idratante e nicotina.
Ricordo perfettamente quello che provavi. Quando, dopo l’episodio della doccia, cominciasti ad avere paura di te.
Ti aggiravi per la casa, e guardavi i coltelli. Li soppesavi, cercavi di capire quanto fossero appuntite le lame. Non ti ho mai fermata.
Ogni tanto ti scoprivo, nelle tue “passeggiate notturne”, quando salivi sul tetto del palazzo e guardavi giù, per capire quanto fosse alto.
Non ti ho mai fermata.
E ogni volta che ti scoprivo, ogni santa volta, tu ti imbarazzavi sempre un poco in meno.
Forse ti sentivi legittimata, forse era giusto così.
Ti sentivi legittimata, perché proprio io, non avrei potuto dirti niente. Era colpa mia, ti stavi spegnendo per colpa mia.
Io lo sapevo, e non ti ho mai fermata.
Ogni tanto urlavi un po’, mi minacciavi, dicendo di avere bisogno di contatto, di avere bisogno di più abbracci di più carezze di più parole di più amore.
Ma non ti ascoltavo. Pensavo di te che fossi stanca, pensavo di te che fossi esaurita. Mi gridavi la tua voglia di vedere il mondo, mi dicevi che eri stanca di bere caffè dalla stessa tazza di sempre, che non poteva essere questa la vita, non solo questa. Non ti ascoltavo.
Ero sicura sarebbe passata, così come era venuta.
Adesso capisco quegli animali che alla paura reagiscono nascondendosi.
Ti stavo perdendo, ogni giorno di più. Tu mi guardavi, e adesso quella finestra illuminava degli occhi lucidi. Piangevi, urlavi. Mi minacciavi.
Ma io non ti ho mai fermata.
E così, un giorno, semplicemente sei sparita. Non c’era più neanche il ricordo del tuo passaggio.
Ed io, io non ti ho mai cercata.
E adesso mi manchi. Mi manchi da morire, ma continuo a non cercarti. Sei sparita dalla mia vita, e mi hai lasciata da sola a fumare sigarette e bere vino. Da sola a truccarmi con il mascara e il rossetto rosso. Non rido più, mi guardo ancora allo specchio, ma le sopracciglia non sono alzate.
Torno ancora a casa la sera, preparo l’insalata, studio.
Ma tu sei andata via, ed io mi sento così sola.
Tu sei andata via, io sono andata via.
Potevo capire, dovevo capire. E adesso, che sono andata via, sento un vuoto. Un pezzo che non c’è più.
Guardo il rotolino nuovo sulla pancia, nuda sul letto. E non rido più. Bevo caffè bollente, ma non mi guardo più nel riflesso della finestra con la metà sinistra del volto illuminata.
Sei andata via, sono andata via.
E adesso non sento neanche più una mancanza.
Non ti ho mai fermata, non ho mai fermato me.
E adesso che sono un poco più sola, sono sempre una. Sono sempre io, sono sempre stata io.
Vittima e carnefice di me stessa, odiata e amata, e sorridente e incupita. Sono sempre stata io. E adesso che non ci sono più, la vita inizia. Di nuovo.

Annunci

Un saluto

 

– Ma lui come sta? Cosa devo dirgli? –

In questi momenti non ci sono mica parole giuste. C’è solo l’ennesimo cuore lacerato.

Perchè all’improvviso questo stupido universo ha deciso di toglierti qualche cosa di importante.

Senza un motivo apparente, anzi, senza motivo e basta.

– Digli che gli vuoi bene e che lo aspetti, con una lucina accesa per fargli trovare bene la strada e un bicchiere di vino –

Ma a cosa serve poi? Diventi presenza, ma non puoi colmare un’assenza. Non una del genere, non una così profonda. C’è solo da bestemmiare forte, ma quale Dio? Se tu non credi in niente che non sia la vita stessa, e quella vita ti scivola via, ti viene strappata in malo modo, e non c’è quindi più nulla a cui appellarsi. Chi dovremmo bestemmiare? Forse l’universo, l’unica entità astratta, ma reale. E allora questo significa che diventiamo universo. Dobbiamo credere che diventeremo energia ed universo.

Diventiamo albero, diventiamo cane, diventiamo vento, diventiamo abbraccio. Diventiamo carezza. Solitaria, stanca, affettuosa carezza.

In questo mondo che ogni giorno ci sorprende sempre un poco in più con cattiverie e atrocità, noi alla fine diventeremo carezza.

– E allora digli che la sua mamma lo accarezza, ancora. Che il vento gli prenderà il volto tra le mani, ancora. La pioggia gli darà un bacio sulla fronte, ed il fuoco griderà l’amore che non può più sentire –

Solo andata

E così sei partito anche tu, andando ad ingrossare le file di quelli che vanno via in cerca di una strada.
Ci siamo salutati, due volte, e non abbiamo pianto, né ci siamo lasciati andare ad uno di quegli addii sdolcinati e commossi, che noi non siamo proprio fatti così.
Eppure sei andato via anche tu, un biglietto di sola andata lontano da me.
E per quanto ti auguro di non tornare mai, sento la necessità lancinante di scriverti  – sto venendo sotto casa tua, così ci facciamo due chiacchiere –

Sei a poco più di un’ora di aereo di distanza, e mi sembri già troppo lontano.
Buena suerte, amico mio.
Trova la tua casa, e una volta che l’avrai trovata, lascia una lucina accesa per me.

Breve storia di una barba anti-ansia

Sotto un albero, al fresco, con il jeans inumidito dall’erba bagnata, il cuore all’improvviso parte e l’ansia forte ti stravolge.

Non pensare a nulla, senti solo la sua barba pungente sulla tua guancia. Il respiro delicato e poi stringilo di più; la barba ora graffia, ma non importa.

L’ansia ritorna, e tu stringilo più forte, senti il suo odore pulito e buono, percepisci la sua tranquillità.

E se l’ansia ti mangia i polmoni, fa un respiro profondo, affonda le narici nella sua guancia, incastrati nel suo braccio e stringilo di più.

Come in un vecchio film

E’ stato bello, ieri sera.
Ti vedevo e ti sentivo come da tempo non accadeva.
La tua testa appoggiata sul mio stomaco, lo sguardo fisso al tettuccio della macchina, mi parlavi. Potevo avvertirlo sotto la pelle, il tuo cuore. Grande, tenero, malconcio cuore.
Ti sentivo davvero, la voce stanca, la paura controllata, la solitudine nascosta in un angolo, con la quale hai già fatto i conti, hai fatto pace, e ora riesci a conviverci serenamente, o quasi.
Eri un fiume in piena di racconti e di emozioni.
E’ stato bello accarezzarti la pancia senza che tu ti ritraessi, giocare con i capelli un po’ argentati e ascoltarti parlare.
Potevo sentirla, quella carne viva, la tua, sotto le mie mani, quasi potessi toccare il cuore pulsante e forte.
Mi sei mancato.
– Devi sorridere sempre – mi hai detto, a un tratto.
– E tu non devi lasciarmi mai –

specchi

Svegliarsi

ed affrontare ogni fottuto giorno la relazione più dura,

quella di ogni mattina.

La relazione con lo specchio infido,

che nulla lascia all ’ immaginazione,

nulla fa.

Che immobile nel suo riflettere perpetuo

è capace di piangere,

ridere,

saltare,

senza fare una sola

minima

oscillazione.

Lettera a mia sorella

E’ finita un’altra relazione, è finita un’altra storia. E ora ti domandi, di nuovo, se quella sbagliata sei tu, cosa hai fatto per meritare, di nuovo, di avere il cuore a pezzi, di sentirti così sola, affranta, abbandonata.
Ma anche in questo caso, con cognizione di causa e serenità, ti dico che semplicemente non è colpa tua.
E’ difficile capire cosa ci sia di sbagliato, e se non trovi spiegazioni al perché, è perché in fondo, spiegazioni non ce ne sono. Non ci sono motivi semplici, lampanti.
Ogni volta è come la prima volta.
Ma io ti dico, in tutta onestà, che ce l’ hai fatta una volta, e ce la farai ancora, e ancora.
E se anche dovessi passare per altri mille amori sbagliati, non puoi decidere di arrenderti.
Da adesso sola a vita. O, da adesso troia a vita.
No, sbagli.
Non era amore.
Se è finita un’altra storia, non era amore. Punto.
Ma questo non vuol dire che devi arrenderti. Non fare che il tuo cuore si chiuda, si inaridisca, per l’ennesimo amore che ti ha lasciato disidratata, confusa e sola.
Piangi, disperati, urla contro il cuscino, e poi lavati la faccia, metti un rossetto sfacciato e un paio di tacchi (tu che puoi), ed esci.
Leggi, cresci, esplora. Fatti un tatuaggio nuovo, piccolo, come una cicatrice che non andrà più via, compra una borsa nuova e vai in riva al mare.
Ascolta un po’ di bella musica, anche se dovesse deprimerti di più e farti piangere ancora e ancora.
E poi, sciacquati la faccia con l’acqua salata, senti il pizzicore sulla pelle, il sole caldo che ti fa sudare, la sabbia fastidiosa tra le dita dei piedi o la melma disgustosa degli scogli, e renditi conto che tutte queste cose le puoi ancora sentire.
E le puoi ancora sentire perché, anche se ti sembra di essere morta dentro, tu sei viva.
E hai dei bei capelli, tante amiche che ti rispondo dall’altro capo del mondo, mani graziose e un cervello che funziona.
Hai un lavoro che ti appaga, abiti in un posto dove la gente va in vacanza. Mentre tu sei là. E puoi godere di tramonti e di albe e di sole e di mare e di birre bevute ghiacciate. Puoi conoscere gente che viene da tutte le parti del mondo.
Ma non cercare un altro uomo proprio ora!
Adesso devi solo capire chi sei.
Chi sei? Te lo sei mai chiesto?
Ti sei mai domandata se sei felice, se ti piace questa nuova casa, se ti è davvero piaciuto il sushi, o l’ultimo libro che hai letto?
Ti sei mai guardata allo specchio, interrogando quella nuova ruga che è uscita intorno agli occhi, scrutando tra le labbra ricoperte di lacrime salate, hai mai perso 10 minuti della tua giornata per capire chi sei? E che vuoi?
Come è possibile che una donna bella, forte, coraggiosa, intraprendente, perda di nuovo il tempo a rimpiangere e a chiedere cosa ci sia di sbagliato in lei!
Non me lo spiegherò mai.
Eppure siamo tutte così.
Siamo intelligenti, con un lavoro, o con un progetto. Cerchiamo sempre il meglio, e poi ci accontentiamo del meno peggio.
Vogliamo l’uomo con l’occhiale intellettuale, o quello muscoloso, l’uomo gentile o quello burbero. Delineiamo esattamente, con precisione chirurgica, le caratteristiche che il nostro compagno ideale dovrebbe avere. E poi? E poi ci abbandoniamo ad un nuovo compagno, chiunque esso sia, anche se sappiamo perfettamente che non è il nostro uomo ideale.
Io, ad esempio, ho impiegato esattamente 2 giorni a capire che l’ultimo uomo della mia vita non era quello adatto a me, eppure ci sono stata per più di due anni. Poi l’ho lasciato e l’ho persino rimpianto.
Perché?
Perché non riusciamo a comprendere che qualche volta, magari, basterebbe guardarlo negli occhi, quell’uomo, per capire che non troveremo la felicità in lui.
Ogni volta è come la prima volta, ogni santissima volta ci ritroviamo a piangere, a rammaricarci, a chiedere spiegazioni, ad urlare.
Potrei continuare a scrivere e a parlarti per ore. Potrei continuare a darti lezioni di vita su quello che si deve o non si deve fare. Ma non sono esattamente la persona adatta.
Sono sola.
Proprio come te.
Proprio come milioni di ragazze in tutto il mondo che continuano a cercare spiegazioni, errori, giustificazioni.
Sono sola e ho scelto di esserlo.
E sono felice così. Nonostante un po’ di nostalgia, un po’ di malinconia e qualche lacrima prepotente che esce di nascosto, sono felice così. Perché mi basto.
In fondo, vorrei solo dirti di lasciar perdere ogni ricordo, ogni nebbia, ogni malumore. Ascoltati, assecondati, respira. Se vuoi piangere, fallo. Se vuoi ridere, fallo.
Ma non buttarti di nuovo nelle braccia di uno stronzo qualunque, non fare che di nuovo qualcuno raccolga i tuoi pezzi. Perché li riaggiusterebbe a suo piacimento. I cocci, raccoglili tu. Aggiustali tu. Aggiustati tu. Ricomponiti, amati. Respira.
E se dovessi incontrare l’ennesimo uomo, che per l’ennesima volta, dopo l’ennesima storia, dovesse ridurti a brandelli, almeno non gli avrai reso facile il gioco.
E’ tutto qui. Devi solo respirare. Di nuovo.