Claire & Louis [ parte II ]

Seguirono emozioni, racconti sussurrati nel buio, baci rubati allo sguardo attento della gente. Si susseguivano respiri.
La pancia di lui attaccata alla sua schiena, col braccio cingeva le spalle e con la mano stringeva, accarezzava la sua; il naso ficcato dietro la sua nuca, tra i capelli arruffati dal sudore. “rimani a dormire da me, altrimenti come farò?” “ a fare che?” “a dormire senza il tuo odore addosso”.
Quelle parole la colpirono come lame, ficcate subdole dentro al petto. “farai come hai fatto sempre. E come farai ancora. Dormirai comunque, ed io non ti mancherò”.
Claire fissava il vuoto davanti a lei, sentendo il respiro di quell’uomo che amava, mentre si addormentava, e nel sonno la stringeva ancora più forte.
“Io ti amo, e tu fai lo stronzo”, aveva detto pochi minuti prima. “tu non mi ami neanche un po’?”
“smettila di dire parolacce” fu la sua stupida e crudele risposta. “sai che non posso amarti.”.
Già. Sapeva di non poter essere amata. Lo aveva visto, per l’intera serata, inseguire la figa di un’altra come un cane in calore. Aveva visto gli sguardi complici, aveva sentito le frasi sussurrate e le risatine maliziose. Ma lui negava. Avrebbe continuato a negare per il resto della serata. Forse per il resto della vita.
“in altre circostanze ed in altri momenti il mio ti voglio bene sarebbe stato diverso, ma ugualmente profondo”, le aveva detto dopo l’amplesso. Come se significasse qualcosa.
Ormai non aveva neanche più le briciole di cui nutrirsi, ormai non le rimaneva neanche più una piccola luce alla quale appigliarsi.
“sto scrivendo un libro, parla di te. Si chiama la ragazza che mastica perle”.
Ma Louis non aveva colto il significato di questo titolo, e aveva risposto con una battuta. Stupida, ed inopportuna.
Claire, invece, continuava, nel tempo, a masticare perle. Sfregiandosi denti e cuore, continuava a desiderare delle cose bellissime, per gli scopi sbagliati. Continuava ad auto provocarsi dolore e pene. Continuava ad amare l’uomo sbagliato. Sapendo che l’avrebbe portata alla distruzione.
Sarebbero rimaste solo macerie, di quel cuore martoriato, di quell’anima impazzita, scheggia furente, ape laboriosa, che continuava a fare i conti, e a cercare di percepire anche solo uno spiraglio, uno spiraglio di amore, in quell’uomo adulto ed egoista, per poter dire di non essere completamente pazza, di non essere completamente folle, di non essere completamente sola.

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Donne albero e donne fiore

“Una vecchia storia raccontava che esistono le donne albero e le donne fiore. Gli uomini, confusi, credevano di poterle amare entrambe. Credevano che se il fiore fosse un giorno appassito, avrebbero potuto amare l’ albero.
Ma un albero non può sostituire un fiore. Non sarà mai così bello e profumato, mai così gradevole alla vista, mai così delicato. Un albero avrà radici solide e potenti,un tronco resistente e foglie verdi in primavera. Chi ama i fiori, li coltivi con passione e amore. Chi ama i fiori, stia lontano dagli alberi. Non si può trattare un albero come un fiore, morirebbe. L’albero è per chi ha pazienza. L’albero ama le cure, ma non ne ha bisogno. E’ indomabile: non puoi rinchiuderlo in un vaso per godere della sua vista.
Chi vuole un fiore, se lo tenga. Un albero non potrà mai sostituire un fiore.”

Claire & Louis. [ parte I ]

Si erano lasciati solo da qualche minuto, e già sentiva la stanza vuota, e cominciava a tremare per il freddo. Erano stati insieme per nemmeno un’ora, e le era sembrata un’eternità. L’odore del suo collo ancora nelle sue narici, ricordava alla perfezione lo sguardo spiazzato, e i baci, leggeri, sul naso, in fronte. Come due gatti, si strofinavano il viso, le guance, le mani, baciarle, continuamente; e il sesso, finalmente, dopo due settimane di attesa, attesa .
E la sigaretta fumata, con lei in reggiseno ed autoreggenti, seduta di fianco a lui, con le gambe sulle sue, e la testa sulla spalla; accoccolata, fumava, e sorrideva, ed odorava, emanava odore di sesso e rhum e nicotina e figa bagnata, senza pensare, senza pensare al fatto che lui sarebbe andato via.
E poi la telefonata, all’improvviso, devo andare via, mi dispiace, un ultimo bacio, veloce, corro, devo scappare.
Fuggire da lei e dalle sue cosce calde e dai baci umidi, dalla lingua sciolta e la testa riccia.
E scorrevano, così, le ore, i giorni, le settimane. Nascondendosi nel buio di uno stanzino, su un vecchio tavolino impolverato, per cinque minuti, solo cinque, per dare carne al fuoco e fuoco alla carne e vivere un amore osceno, che non era amore, che non era niente, che era tutto.
Assaporandosi, un poco, un poco in più, un altro po’, ma lui era impegnato, era di un’altra, mi dispiace, sì, lo so.
E così, scorrevano, e lei era intenzionata a catapultarsi in altri letti, e fremeva dalla voglia di scoprire un altro, e poi un altro ancora, ma era poco donna, o poco femmina, e non lo faceva mai. Un passo indietro,un altro ancora, poi un sorriso smorzato e la musica, tantissima musica.
E così stava passando un mese, e poi un altro, e poi un anno.
Un anno di veloce e rapido godimento dimenticato in un angolo, un anno di week end inesistenti e preghiere di avere un’ora, solo un’ora, niente più.
E forse, ad un certo punto, cominciava a pensare di meritarlo, questo amore sporco, che non era amore e che non era niente, e che in realtà era tutto.
“In realtà l’amore finisce, l’amore è in una certa determinata quantità. E finisce la passione, e finiscono le lingue, sciolte, e i nasi strofinati, le mani baciate con labbra al sapore di rhum. E quello che rimane, la ricerca esasperata ed esasperante, è la serenità, un poco di pace. Il gioco è questo, il trucco è questo, è tutto qui. Non si può amare per sempre, non si può provare affetto per sempre, e la quotidianità è una stronzata. Il trucco è la serenità, da cercare alla fine di una giornata di merda, alla fine di una settimana catastrofica, tra le urla e le litigate, vedere che lei è lì, ed è arrabbiata, ma la sua presenza può scatenare anche un briciolo di insensata serenità. E’ tutto qui.”
E parlavano, fumavano, godevano a sniffarsi. Ma poi lui andava via, ancora, e poi tornava, e le scriveva e la cercava la chiamava la voleva, la vuole,e poi va via, di nuovo e ancora e per sempre. Perché è già di un’altra.
E si amavano ancora un po’, scopavano ancora un po’. E poi lui andava via, lasciandola insoddisfatta, ma intatta.
Cercò altrove, un attimo che potesse concederle uno spazio per non pensare, un attimo per dimenticare e avvolgersi tra mani calde e braccia forti.
E lo trovò, trovò quell’attimo, trovò quell’uomo, ma era gelido stare con lui, abbracciati nel letto, devastanti le carezze e i baci in punta di naso, assolutamente terrificanti i sorrisi e la mano, di lui, che le sfiorava la schiena.
Ma di nuovo, riandò, e di nuovo, si perse in quel letto, dove erano state altre donne prima di lei, e altre ne sarebbero arrivate, ci sarebbero passate, ognuna senza lasciare nulla se non un po’ di tiepido calore tra le lenzuola umide, qualche preservativo usato e delle labbra su un bicchiere di vino.
E di nuovo, insoddisfatta, cercava un posto dove nascondersi, dove ormeggiare, un porto tranquillo per poter respirare, aria salubre, coi capelli arruffati dalla salsedine e dal sole.
Solo un po’ di mare.
La straziante verità era quel non amore, che aveva buttato in un angolo, nascosto dietro un ritratto a penna, quel non amore che aveva vissuto e l’aveva disidratata ancora una volta, quel non amore che adesso invidiava, perché non era mai riuscita ad ottenere nulla di lontanamente simile.
Cominciava a spegnersi, scegliendo di stare lontana dall’uomo che voleva, e che non la voleva, e che la voleva, ma voleva un’altra. Guardando le foto, si rendeva sempre più conto di essere un’anima persa, incapace di amare, incapace di essere amata.
Tornò a casa, un bacio sulla guancia, ci sentiamo, sì certo, e poi fu il vuoto.
Insoddisfatta, in agonia, sperava di trovare un letto caldo e invece aveva trovato solo neve e quindici minuti di agonia. Niente.
Non aveva provato niente.
Forse era quello il sesso senza amore. Forse era quello di cui parlavano tutti, quando volevano tenersi impegnati.
E sempre più convinta di avere ciò che in realtà meritava, o di non avere quel che non meritava, continuava ad interrogarsi, fumando sigarette scadenti e bevendo rhum da quattro soldi. Socializzava, parlava, rideva, scherzava, implorava un po’ di amore, e si ritrovava, puntualmente, rigorosamente, il vuoto in mano.
Empty.
Una scritta, un tatuaggio, un segno di quel vuoto col quale avrebbe dovuto convivere per il resto della sua vita, un messaggio sulla pelle, un indelebile segno di quel che le era rimasto.
Sapeva che avrebbe, prima o poi, trovato qualcosa. Non qualcuno. Ma qualcosa. Qualcosa di talmente grandioso da sembrare un’utopia, un posto tranquillo, un angolino, uno spazio personale dove delirare e piangere e ridere, da sola.
E non aveva più intenzione di piegarsi, o di toccare altre schiene, di baciare altre labbra, se questo avrebbe dovuto significare perdersi ed innamorarsi ancora una volta.
Quell’amore devastante, quell’attesa straziante, trasformata in inviti mai portati a termine.
Sono stanco, stasera non ce la faccio, devo lavorare, non sei tu, sono io.
Ti chiamo, certo che ti chiamo, mi piaci, e arrivavano messaggi, mezze telefonate, scusa oggi no, ma domani andiamo a bere insieme.
E in sottofondo, costante, la presenza di quell’uomo che era sempre stato di un’altra, e che adesso cercava disperatamente le attenzioni di qualcuno che per lui non ci sarebbe stata mai.
E lei, si disinnamorava sempre di più.
Ancora un po’, ancora una volta, singhiozzi nascosti e sorrisi forzati.
Ancora una volta rimaniamo amici, ancora una volta rimaniamo amanti, per l’ennesima volta rimandiamo amori.

Tensioni

E mi ritrovo a pensarti
Più di quanto vorrei
Più di quanto ammetterei mai .

A desiderare le tue labbra, come i polmoni l’aria.

E le tue mani che mi sfiorano, le braccia che mi avvolgono
E le narici che si riempiono del tuo profumo
Fresco e antico
Come quello del pane nelle strade di Napoli.

E penso a domande che probabilmente mai ti farò
E risposte e sorrisi
Che non avrò mai
Ma mi piace pensare
Che questa tensione è anche tua.

E forse, un giorno, tu mi bacerai.
E sicuramente, allora, io ti bacerò.

Mangiando vetro

Come una puttana.

Che vende pezzi di se,
per volontà o per costrizione.
Forse per un perverso piacere.

E adesso, tra le mie mani,
solo un insieme di belle parole dette svogliatamente,
e cose giuste,
e comportamenti corretti.
Un insieme di sorrisi falsi,
e obblighi sociali.
Bei gesti,
e falso perbenismo.

Lei regala pezzi di se,
per volontà o per costrizione.
Forse per un perverso piacere.

Tormentando i capelli,
scuote le lenzuola sporche,
sorride.

Come una puttana,
accanto al fuoco,
in mezzo alla strada,
che ride,
incosciente.

Drunk

Dovevo essere molto ubriaca
Quando ho deciso che i tuoi occhi ridevano
E ho desiderato fortemente che facessero ridere anche i miei.
Che non si può non essere ubriachi, costantemente
Per tenere duro
E sopportare tutti i lamenti
E le parolacce e le offese
Da quegli occhi che ridono
Che ora non ridono neanche più tanto.
Dovrei essere molto ubriaca adesso
Se tu mi dici che non vuoi me, ma che mi vuoi
Ma che non mi vuoi
Ma che mi vuoi solo quando vuoi.
Ed io sto ancora qui
A cercare di capire se sono ubriaca oppure no.
Bisognerebbe essere sempre ubriachi
Ma poi, la mattina, sarebbe tutto un brontolio di stomaco
E un giramento di testa
E un vomito.
Ma comunque brindo ancora, un’altra volta
Un’altra ancora
Così quegli occhi belli tornano a ridere un po’
Ridono di me, o con me, ma che importa
Quegli occhi belli ridono finalmente
Almeno ridono un altro po’.

Ricordi di giugno

Afferrarlo, afferrare quell’attimo, prima che scivoli via, che scompaia.
Cercare di fissarne il ricordo, l’odore del suo collo, il bianco della sua camicia.
Quegli occhi di un verde difficile, l’agitazione e le mani, le mani, le mani.
Le labbra scalpitanti, frementi, i gemiti nascosti, sussurrati, i sorrisi bollenti e ancora mani e dita e lingue che si sciolgono.
Conservare quel momento, che non sai se tornerà, se tornerà mai più.
Cosa stiamo facendo, cosa stiamo combinando, fai piano, piano, che nessuno senta.
Che nessuno senta i cuori che battono e l’adrenalina che sale.
I visi rosso sangue e le mani che afferrano, le braccia che stringono, movimenti sempre più vicini, sempre più veloci, sempre più assetati, gli animi, la voglia.
L’eccitazione.
E il desiderio.
Lo sguardo sconvolto, l’odore del vento, un bagno sporco e un tavolino impolverato.
Una sigaretta spenta, un paio di mutandine e ancora labbra e ancora lingue e ancora sospiri e gemiti nascosti.
Afferralo, non lasciarlo andare via, non lasciarlo scomparire.
In un messaggio mai inviato, una telefonata mai ricevuta.
Il ricordo che sbiadisce. Ma la voglia…quella no.