Dimitra [part. 1]

Si allontanò lentamente, tenendo lo sguardo fisso di fronte a sé. Quella che continuava a vedere era un’immagine che non le apparteneva. Era gommosa, unta, ricoperta da liquame viscido e biancastro, che sorrideva, mostrando denti neri e bucati.

Lo specchio, sempre lui, il grande nemico, la porta verso quella che lei non era. O forse era.

Quando provava ad avvicinarsi a quell’essere per vederlo meglio e studiarne le fattezze, si ritrovava catapultata dall’altra parte, faccia a faccia con lei. Con se stessa. Con una lei nascosta, da qualche parte, armata, sporca di sangue e con i polsi tagliati. Con la se stessa dalla testa sfracellata, dalla se stessa con la pancia bucata da coltelli ruvidi, seghettati e arrugginiti. Era quella con la mazza da baseball in mano, che colpiva chiunque le si avvicinasse, spaccando crani e facendo uscire cervelli rosa e grigiastri che poi cadevano al suolo, morbidi e umidi.

Continuava a cercare di allontanarsi da quello specchio, ma ne era ormai diventata parte. Ogni tanto riusciva a cacciare il volto fuori, respirare di nuovo, rivedere i colori. Ma la sua mano, la sua gamba, il suo piede, metà testa erano lì, invischiati e bloccati in quel buio senza fine e senza nome, con quella donna con i suoi stessi capelli, che urlava e rideva sguaiata.

Ogni tanto vedeva di nuovo la luce. Ma la maggior parte del tempo era il buio.

E per ogni mano protesa, per ogni persona che cercava di prenderla, di recuperarla, di tirarla verso il sole, ce ne erano due che la calciavano dentro, che la spingevano, costringendola ad una infinita tensione tra le mani che la salvavano e i calci che la punivano.

Forse una soluzione c’era. Era pur sempre uno specchio. Poteva lasciarsi andare lì dietro, rimanerci e nel frattempo riflettere la luce altrui.

Poi Dimitra incontrò un uomo. Legò una corda molto sottile alla sua caviglia, e se la attaccò in vita. Sperava di poter essere trascinata fuori da quel limbo maledetto. Ma ogni volta che riusciva ad allontanarsi un poco in più, quella donna, dall’altra parte, gridava furiosa, gli occhi ingigantiti, una specie di lamento, un dolore straziante e fortissimo, e mentre gridava la riportava più vicino.

In poco tempo si trovò invischiata sempre più. Non riusciva a muoversi.

La corda si staccò: era sottile, in fin dei conti.

E poi, infine, si abbandonò.

Mentre si abbandonava a quell’anima dannata vide la mano di quell’uomo tesa verso di lei. Non riuscì ad afferrarla, e sprofondò nel buio.

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