10 kg in sovrappeso

Da qualche parte un giorno ho letto che si diventa grandi quando si smette di dare la colpa ai propri genitori (o una cosa del genere). Questa cosa mi è rimasta impressa parecchio, quasi a fuoco. Quindi io, che incolpo i miei genitori di almeno 2/3 dei miei danni mentali, praticamente sarei una criatura? Mi sono sentita abbastanza chiamata in causa co’ ‘sto fatto, ed ho iniziato una luuunga analisi su me stessa, fatta di “cazziatoni”, di lacrime e di guardate brutte e perplesse allo specchio; alla fine sono addivenuta alla conclusione che sì, effettivamente forse sono un po’ criatura. Così, ho smesso, almeno in parte, di incolpare loro. In parte, eh.

Ma a quel punto mi sono ritrovata in una situazione per me nuova, e senza via di uscita: e ora che me ne faccio di tutti i miei problemi? Che ci faccio con tutte le mie domande senza risposta, con tutte quelle cose che continuo a sognare? Di chi è la colpa se non sono su una barca a salvare le balene, o se non sono immersa in qualche fondale oceanico a studiare i coralli, o ancora se non sono in un qualche sgangherato appartamento di New York a scrivere il mio romanzo nel cassetto? Ma ancora, e soprattutto, di chi è la colpa se a 30 anni sto ancora a casa dei miei genitori, che mi mantengono? Beh, da lì, una personalità masochista e autolesionista come la mia, una risposta l’ha ovviamente trovata. Una personalità così ipercritica, così drammaticamente abituata a sentirsi inadeguata e insufficiente, una risposta l’ha trovata velocissima. Ovviamente, la colpa è la mia.

Ed ecco iniziati alcuni degli anni più bui di sempre. Roba che le tragedie greche possono accompagnare solo (spero si dica così, la verità è che non so usare bene questi nuovi modi di dire da giovani, ma ci provo). Calmanti, psicologo, palestra, poi ancora calmanti, incubi, fidanzati che trovi, fidanzati che lasci, poi di nuovo valeriana – ma non era meglio un po’ di roba chimica? – le sigarette assai, e poi la bronchite, troppe sigarette, smetto di fumare, lacrime ancora, pizze e alcool, ernia iatale – amm fernut pur e ber e magnà – ancora valeriana, griffonia e Fiori di Bach, svenimenti allo studio, il dominus  che mi porta in braccio in ospedale, poi lasci il lavoro, poi ne trovi un altro, fai la cameriera e pulisci i bagni –  ti hanno pisciato nel cesso, vai a pulire –  e nel mentre tu pensi che por**tr*** tu c’hai una laurea, una specializzazione, una abilitazione, uno studio di 10 anni alle spalle e stai portando le birre al parcheggiatore abusivo al quale davi un euro quando andavi a fare i controlli in Tribunale per conto di quello stesso dominus di cui sopra. Che diavolo sta succedendo? E mo, con chi me la prendo?

Ho continuato a guardare le persone che partivano con un senso di invidia mista ad ammirazione; poi tornavano e le sentivo dire è comodo per te, stai ancora attaccata alla zizza di mammà – ma io non mi sentivo propriamente comoda mentre lavavo i bicchieri a mano nel ristorante – che la lavastoviglie si era momentaneamente rotta, e non mi sentivo comoda neanche quando andavo al tavolo di miei coetanei nullafacenti che mi guardavano un po’ schifati perchè ommioddio sta facendo la cameriera; le vedevo, quelle persone, mie sorelle, mie amiche, miei amici, prendere aerei e andare a fare una vita meravigliosa in un posto lontano, e mi dannavo per aver scelto una laurea come giurisprudenza, per non conoscere le lingue, mi nascondevo pure un po’ – se vogliamo essere onesti –  dietro al fatto che  la mia laurea all’estero non vale nulla, se parto avrò buttato 10 anni della mia vita – che poi non è manco una completa bugia, sempre se vogliamo.

Poi in fin dei conti manco mi dispiaceva del tutto la situazione che stavo vivendo: in fondo, un giorno, lo avevo desiderato davvero di diventare PM; quindi forse quel desiderio stava ancora là da qualche parte ficcato sotto allo stomaco, nella pancia – che fa anche ridere se poi penso che soffro di gastrite e di colite, quindi forse nella mia pancia non è il posto migliore per nascondersi, ma va beh – devo solo ritrovarlo, dargli nuova vita, tipo come quando le piante di mia madre stavano morendo perché non le avevo innaffiate e mia cugina mi disse di metterci un po’ di lievito nell’acqua – ecco, forse dovrei trovare il mio lievito.

Fatto sta che per anni mi sono incolpata, perché divisa in due, e mi dicevo che in fondo, in fondo, ma proprio in fondo, forse stare a casa coi miei genitori che mi mantengono è davvero una scelta comoda. Forse lo voglio.  Se uno ci pensa, i giovani di oggi non vogliono fare niente, vogliono stare sul divano, sono mammoni.

Eppure io continuavo a non sentirmi comoda.

Ho scelto quindi di dedicarmi allo studio. Solo a quello. Ho lasciato ristoranti, bar, promozioni nei negozi di stupidi elettrodomestici – non ero neanche tanto brava – e bambini del doposcuola, ho lasciato tutto, per studiare. Forse il mio lievito era quello: se mi fossi concentrata a fondo sul concorso in magistratura, avrei ritrovato la scintilla.

Ma manco questo è stato. Ma allora?

Poi mi è venuta una illuminazione. Sono i miei 10 kg in sovrappeso. Il problema, intendo. Che detta così sembra solo una nuova fissazione di una pigra ragazza medio borghese – ma esiste ancora la borghesia?

10 stramaledetti kg in più. Che su una ragazza di ossatura grossa, non sono poi tantissimi. Significano un rotolino sulla pancia un pochino morbida, un sedere pronunciato, fianchi larghi – da fattrice, dicono le donne grandi quasi come una maledizione – nient’altro. Non sono nulla di grave, nulla di così sconvolgente. Eppure, eppure, eppure stanno lì. Sui miei fianchi, da anni. Nascosti dietro al non si fa body shaming, ognuno è bello col suo corpo; nascosti dietro ai mi vedo bella così, sto bene nella mia 46, ci sto comoda – adesso è il caso di usarla questa parola – mamma non rompere; nascosti dietro ai vado in palestra non per dimagrire, ma per mangiare di più.

I miei 10 kg in sovrappeso, che non riesco a togliere, perché in realtà non voglio togliere. Perché un giorno, da qualche parte, avevo letto che il primo sintomo dell’AIDS era il dimagrimento eccessivo, e non capendoci nulla, in preda ad un attacco di ipocondria, decisi che se fossi dimagrita avrebbe significato avere l’AIDS (sono sempre stata un genio, lo so); perché il cibo è sempre stato mio amico, va beh quasi sempre, diciamo la maggior parte delle volte in cui ero –  anzi, sono ­– triste, mi consolo mangiando una pizza, un dolce, mezzo kg di cioccolato e 21 nocciole; perché poi, quando ero ancora più triste, dopo aver mangiato tutta questa roba, cominciavo a sentirmi in colpa, avevo mangiato troppo, non mi meritavo tutta questa felicità, e allora la pizza e la cioccolata e le nocciole e il gelato si mischiavano tutti in un unico pappone marroncino e puzzolente, che spariva giù nello scarico – lontano dagli occhi, lontano dal cuore e anche dai fianchi, aggiungo io.

I miei 10 kg in sovrappeso, 10 kg che pesano come fossero 100 kg. E pesano come tutte le valigie che non ho fatto per tutti gli aerei che non ho preso, per tutti i viaggi che non ho mai prenotato – perché non c’ho soldi.  E non c’ho soldi perché non lavoro, non lavoro perché sto studiando, sto studiando per perseguire un sogno – o forse inseguirlo? –  che forse non è manco più il mio – se mai lo è stato davvero.

E allora giù a sentirmi in colpa per non aver fatto la valigia, per non essere partita anche io, per non essermene andata via. E quei 10 kg pesano sulle spalle come una intera casa.

E poi, un giorno, un mio amico, uno di quelli che ti scaldano il cuore quando ci sono e te lo spezzano quando vanno via, mi disse che era LUI ad invidiare ME, perché tu ti stai costruendo qualcosa per il futuro, io invece no.

Ed è stato in quel preciso momento che ho capito che non esiste una scelta comoda. Perché è vero, non sono andata via, ma mi è costato. Mi costa ancora. Mi costa il dover rimandare e rimandare ancora quella che io chiamo la mia felicità (mi costa come tutte quelle volte che vorrei comprarmi un vibratore, ma poi mi ricordo che c’ho una madre ficcanaso e dei genitori nel complesso troppo antichi, onnipresenti, e che la casa è la loro, le regole da seguire pure, e il vibratore non rientra tra le cose permesse – eh, persino questo, già). Mi costa perché mia mamma mi aveva detto un giorno che la scrittrice non si fa di professione, prima ci si trova un lavoro fisso e poi si scrive come hobby, ed io le ho creduto, le ho creduto a tal punto che ho cominciato a pensarla anche io così. Non esiste una scelta comoda, io non sono comoda nel mio letto, col riscaldamento pagato dai miei genitori, usando un internet pagato sempre da loro, mangiando il loro cibo. Cioè, STO comoda, ma non SONO comoda. Non sono comoda, non lo sono mai stata. Non lo sono stata quando rinunciavo ad uscire nel week end per andare a lavorare, non lo sono stata quando ho rinunciato a tutte quelle cose belle che la gente intorno a me poteva permettersi ed io no, perché io ancora non ho un’entrata. E non sono comoda neanche quando mi ripeto, e me lo ripeto tutti i giorni, da anni, che io in realtà una famiglia non la voglio, che sto bene da sola, che comunque se anche volessi un figlio – ed è un grosso SE – cosa gli farei mangiare, pane e amore?

Vorrei concludere questo testo dicendo che non sono mai stata comoda, ma che per il mio sogno ne vale la pena. Vorrei davvero concludere con una arringa finale che va ad elogiare chi sceglie di lottare per la propria terra, chi sceglie di rimanere, così, giusto per fare da contrasto a tutte quelle voci che elogiano chi parte, chi va via. Vorrei davvero, davvero, poter dire che adesso tutto è chiaro e cristallino, che tutto, prima o poi, troverà una risposta, una soluzione, un perché, e che tutto si incastrerà al proprio posto.

Ma mi sentirei falsa. Molto falsa. Perché io non lo so se ne vale la pena. Io non lo so se voglio fare il magistrato. Io mica lo so se è la scelta giusta per me. Io non lo so. Nessuno di noi lo sa.  E allora mal comune, mezzo gaudio, come ho letto una volta da qualche parte (dovrei smetterla di leggere cose a caso, forse). La verità, quella vera, la vera verità, in fondo, è che nessuno di noi lo sa. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto qualcosa piuttosto che quello che poi, effettivamente, abbiamo scelto – che se il nonno teneva 3 palle, lo chiamano flipper (questa è una delle mie preferite!).

Per il momento, mi tengo i miei 10 kg di sovrappeso. Che alla fine, i fianchi larghi piacciono pure al mio fidanzato, e per il momento, va bene così.

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2 pensieri su “10 kg in sovrappeso

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