Vuoto e vino

Stavo pensando che alla fine siamo un po’ come formati da tanti piccoli tasselli. Non credo come puzzle, con tutto quello che ne segue in fatto di incastri perfetti e bordi lisci o no. Credo forse più come un mosaico – che poi magari tutta questa differenza non c’è manco. Però siamo fatti di tanti tasselli, e forse ogni nostra vittoria è un tassellino in più che si aggiunge alla collezione, e ogni sconfitta, uno in meno.
C’è stato un tempo in cui credevo che ogni ragazzo in più che baciavo era un pezzo in più di non so quale stupida collezione; poi, a dispetto di quello che avevano cercato di insegnarmi tutta una vita, tutti i ragazzi con cui scopavo facevano parte di quella collezione: li contavo, li tenevo numerati – l’ottavo era un po’ scadente, il nono sempre rabbioso, poi c’era quello con le mani belle e quell’altro che, bleah, non sapeva manco che stava facendo.
Ridevo e li deridevo, e andava bene così. Ma ad un certo punto, non so esattamente quando, ogni persona in più ha cominciato a portarmi via qualcosa. Io rimanevo con qualche tassello in meno. Vuota. Empty. Alla fine me lo sono tatuato, questo vuoto.
Poi arriva lui, l’ennesimo. Lo punti, lo trovi, ti piace. Gli piaci. Lo ami, ti ama. Lo accetti, con tutti i difetti, e vivi ogni giorno con l’ansia che lui scopra che tu non sei perfetta. Che hai scopato, hai sbagliato, hai, in poche parole, un passato. Passi un anno, poi il secondo, il terzo, a pregare che lui quel vuoto scuro non lo veda mai; cerchi di essere migliore, perchè lui è talmente perfetto e buono e giusto che, diamine, come hai fatto a meritarlo uno così? E vivi, in questo modo, ogni giorno. Fino a quando, per l’ennesima volta, ti delude. E quei tasselli che credevi esserti ripresa, in realtà se li sta prendendo lui. Ti sta svuotando, come tutti quelli prima, e come faranno quelli dopo. E allora sai che c’è? C’è che qua la poesia è finita. Ma ci sono rimasti parecchi vaffanculo. Quindi vaffanculo, tu e tutti i tasselli rubati: il mio vuoto lo vado a riempire col vino.

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Adelaide & Adriano

Era solita camminare, lentamente, su quella spiaggia. Calpestava la sabbia fine, con il vento leggero e tiepido, e qualche onda ogni tanto le bagnava le caviglie. Calpestava i coralli, e le conchiglie giganti, e camminava, continuava a camminare. Camminava, leggera. Il sole ormai tramontato, il cielo sempre più blu, la sabbia sempre più fredda, l’acqua sempre più calda. Guardò l’orizzonte un’ultima volta, guardò alle sue spalle, le piccole case bianche, con delle altrettanto piccole luci che si andavano via via spegnendo, per fare posto a quelle delle stelle, che salivano in cielo per tenere al sicuro grandi e piccini, da incubi e cattiverie. La città si era finalmente addormentata, e lei era ormai stanca, e decisa. Un ultimo saluto alla sua famiglia, un saluto da lontano, commosso. Poi si incamminò nell’acqua del mare, e infine sparì.

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Erano ormai passati 10 anni. 10 anni da quando credeva che sarebbe tutto cambiato. 8 anni da quella conoscenza impertinente che l’avrebbe intossicata. 3 dal suo ultimo amore, 1 dalla sua ultima storia. Alla fine era tutto un contare e contare, sottrarre i mesi di solitudine, aggiungere quelli di disperazione, dividere per quelli di puro amore, moltiplicare quelli di tradimento. Era tutto un fare i conti, farli quadrare, far rientrare tutto nei minimi spazi di ogni singolo momento.

Tentava, strenuamente, di ridare un senso a tutto, e continuava a portare i conti, i conti di quello che aveva raccontato e a chi lo aveva raccontato – non tutti erano potenziali ascoltatori di tutte le storie, c’erano troppi legami, troppe catene – e allora di una storia ne poteva raccontare un pezzetto a quella sua amica che abitava lontano, ma senza dirle però la conclusione, che avrebbe invece rivelato ad una sorella; di un’altra storia solo il finale, ad un suo amico, che però non poteva sapere di un altro amico in comune con cui pure c’era stata storia.

Era un filo sottilissimo di bugie ed omissioni, e lei era il funambolo, in sospensione sul vuoto con un tenero ombrellino che pareva fornirle l’equilibrio, e non vedeva la tempesta che si stava scatenando alle sue spalle. Un tornado l’avrebbe colpita, e chissà se sarebbe riuscita a restare in piedi.

Ma tutte queste bugie, che origine avevano? Da dove erano nate, quando era successo? Forse era successo con la sua prima storia di letto, l’unica storia di letto. L’unica persona con la quale, il patto sacro, diceva non si sarebbe innamorata mai. E andava benissimo, era tutto meraviglioso.

Ma l’amore non può essere controllato.

Al pari di un terremoto, di un uragano, non puoi controllarlo, puoi solo tentare di arginare i danni. E l’amore, di qualsiasi tipo sia, fa sempre danni. Alcuni sono passeggeri, altri rimangono, permanenti. Se sei fortunato, se hai una memoria corta e una coscienza non troppo profonda, puoi continuare a vivere una vita bellissima, senza farti scalfire, solo qualche graffio, ferite superficiali, rimarginate presto da acqua salata e sole. Ma se, come lei, hai una memoria lunga, se ogni mano la ricordi bene, se la tua coscienza è ingarbugliata da ogni tipo di sospiro, allora l’amore fa male. Rimane lì, incastrato nelle pieghe del tuo corpo, rimane dietro le orecchie, tra i capelli arruffati dal sudore, rimane nelle ossa, che fanno male, fanno male quando piove, rimane nelle ciglia e nelle palpebre, che sbattono velocemente nel tentativo di scacciare quei pensieri; rimangono nei sorrisi e nelle risate, e in un cuscino usato di notte, per fare piano, piano.

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Era una serata come tante, un’uscita come tante, un tavolo di amici, delle bottiglie di birra di troppo. Era bello, avevano 20 anni, erano single, erano felici e ubriachi. Pioveva, fortissimo, uno di quegli acquazzoni estivi che durano un’ora, non un minuto di più, e poi se ne vanno lasciando l’aria più leggera e fresca, portandosi via un po’ di paranoia. Erano in una macchina, tutto intorno nessuno poteva vederli. Quello sarebbe stato l’inizio di tutto. L’inizio di una storia di tira e molla durata più di 6 anni, intervallata da relazioni vere, fatte con altre persone, fatte di altre persone. Era l’inizio di una storia fatta di bugie, piccole, tradimenti e sotterfugi, tanti, per evitare che qualcuno capisse, che qualcuno scoprisse. Credevano nessuno se ne sarebbe accorto. Eppure erano così eccitati e caldi e frementi ogni volta che si guardavano, che si sfioravano, che uscivano per bere un whiskey, per fumare una sigaretta.

Stavano lì, seduti in quella macchina, mani contro mani, bevuti e un po’ sballati, e si promettevano eterna onestà, chiarezza e sincerità, senza amore, no, senza alcun tipo di amore – frequentiamo altra gente, certo ovvio sìloso -.

Sarebbe andato tutto bene, se non fosse che non puoi programmare l’amore.

Così lui partiva, poi tornava, la prendeva in qualsiasi momento, non voleva lasciarla andare più via, però poi partiva, e poi tornava, e la voleva, non voleva fosse di altri. Non voleva condividerla, con nessuno. Lei era sua, lui era suo, andava tutto bene. Ma poi lui partiva, lei si trovava sola, si fidanzava con qualcuno, e quando lui tornava cominciò a non trovarla più. Anche lui si innamorò, ma di un’altra, di una ragazza tanto bella quanto vuota, vuota come lui, stupida. Poi litigavano, tornavano insieme, scopavano un altro po’.

– Sei partita, ed io sono rimasto spiazzato. Come faccio 15 gironi senza di te? Mi manca già il tuo odore addosso. –

Come faccio 15 giorni senza di te? Qualche anno dopo, altri occhi verdi, le avrebbero detto quasi le stesse cose – come faccio a dormire senza di te? Senza il tuo odore addosso? –

Per lei era solo l’ennesima dimostrazione che non siamo altro che animali, non siamo altro che bestie evolute quel tanto per conoscere il senso del pudore, dell’onore, dell’amore. Ma siamo, e restiamo, animali, animali che si riconoscono tramite l’odore, tramite il profumo che rimane nelle narici, quello del collo, delle spalle, delle mani, quelle mani grandi e forti e potenti, che quando toccano, toccano l’anima.

Lei era poi tornata, e lui, lui continuava a parlarne di necessità e mancanze – ho bisogno di te, senza di te non sono nulla – non partire più, non andare più via da me, non lo sopporterei, non ce la farei –

Lei era tornata e avrebbe lasciato chiunque per lui. A questo punto, non poteva essere altrimenti. Lui l’amava, glielo aveva scritto, glielo aveva detto, forse era il momento per una evoluzione, forse era arrivato il momento per far sbocciare questo fiore, si erano conosciuti e amati e allontanati abbastanza.

Ma non sarebbero stati insieme, non in questa vita.

Lui parlò di un’esigenza e di un amore che, sì, c’erano, erano veri e costanti. Ma lui per nessuna ragione al mondo si sarebbe vincolato a qualcuno. Lei avrebbe potuto, lui no. Mai. Lei avrebbe dovuto, lui sarebbe ripartito.

E allora lei capì anche, che l’amore non ha nulla a che vedere con il bisogno e con la necessità. Non ha nulla a che fare con l’esigenza di stare insieme, ma con l’egoismo, sì.

Lui ripartì, lasciandola arrabbiata e delusa. E sola.

E allora lei lo dimenticò, se ne fece una ragione. Lo dimenticò, e andò avanti.

Incontrò altri occhi verdi, un altro odore buono, altre spalle larghe. Un uomo bello e profumato, che la eccitava come non mai. Non il miglior sesso, questo no, ma se solo entrava nella stessa stanza, poteva avvertirlo sulla pelle, sotto la pelle, contando i brividi che le scendevano lungo la schiena. Ma anche in questo caso, bisognava tenere tutto segreto. Non era il caso di dirlo, non si poteva. Era eccitante, era tutto molto chiaro. Ma fino a quando? Per quanto tempo? Lei si innamorava ogni giorno di più.

Erano altri occhi verdi, erano altre mani grandi, era un’altra schiena alla quale appigliarsi.

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Si trovò di nuovo su quella spiaggia. Era una spiaggia di sabbia e piccoli sassi; ci si accedeva tramite una piccola stradina lastricata di bianco. Bisognava percorrerla per intero, girando ad ogni curva e assecondando ogni salita e discesa. Qualche rovo a cui appigliarsi, facendo attenzione a non ferirsi, qualche ramo da evitare con dei grossi e succulenti fichi appesi, troppo maturi, e il grande rampicante di capperi giganti sulle mura. Bisognava percorrerla quella stradina, per arrivare a vedere il mare. Una volta percorsa per intero, si cominciava a sentire un profumo forte di caffè bollente e di pesce appena pescato. Un uomo, curvo sulla schiena, con le spalle bruciate dal sole, sedeva sul bagnasciuga e teneva tra le mani rugose una vecchia canna da pesca. Guardava il mare, e respirava piano. Un paio di barche ormeggiate tranquille, si facevano ciondolare al ritmo delle onde che si infrangevano sulla spiaggia. I coralli erano tanti, rossi, bianchi e blu, e i sassi sporgevano lucenti, come saponette bagnate.

Fu lì che si rese conto che non sarebbero bastate mille vite per dimenticare quegli occhi. Non sarebbero bastati mille viaggi, né mille oceani.

Ricordava di quando, in un campo di grano altissimo, avevano giocato a rincorrersi, a stuzzicarsi, lei con i sandali e i piedi un po’ sporchi di terra, lui con i pantaloni strappati e la malizia dei 22 anni. Si erano fermati, col fiatone, dopo esserci cercati per dei lunghissimi minuti, e si erano abbracciati, stringendosi forte, guardandosi negli occhi e sospirando tra le risate.

Era tutto perfetto, sarebbe stato tutto perfetto.

Vide quel mare, si tolse le scarpe, bagnò i suoi piedi. Si sedette per terra, spalle alla stradina, aspettava.

Arrivò qualcuno, persone salivano e scendevano, arrivavano e partivano, cariche di borse piene di panini e bottiglie di acqua potabile, e succhi di frutta intiepiditi dal sole. Partivano, parlando animati tra di loro, raccontandosi della stella marina trovata poche ore prima e liberata in mare, di quei paguri giganti che si accartocciavano su un vecchio tronco portato in riva durante la notte, parlavano dei polipi nascosti dagli scogli, che dovevano essere sbattuti violentemente prima di essere messi da parte, e mangiati la sera.

Aveva deciso di scrivergli una lettera, di scrivere una lettera a chiunque avesse mai amato. Stava organizzando la sua partenza, il suo addio.

Accese una sigaretta e si riempì la bocca di fumo amaro. Poi cominciò a scrivere e ricordare.

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C’era stato un tempo, qualche anno prima, dove aveva creduto di essere riuscita a trovare pace. Mentre andava al mercato a fare compere, trovò su una bancarella un vecchio libro. Non era, però, propriamente un libro. Era più una raccolta di scritti e di lettere. Era una raccolta di vecchi ricordi. Ricordi che erano stati cancellati, e che adesso nessuno avrebbe rammentato, se non lei. Il venditore le aveva detto che quelle lettere erano state trovate in una bottiglia abbandonata alle onde chissà quanti anni prima. Ovviamente si trattava di una pura strategia di marketing. Non appartenevano ad un’altra era, ma ad un’altra vita. Non erano state consegnate al mare, ma ad una persona, che le aveva tenute al sicuro, care, nascoste. Adesso lei le aveva comprate, per pochi soldi, su una bancarella dimenticata da Dio. In quelle lettere si parlava di un amore, troppo grande, troppo bello, troppo puro per non essere vero.

Seduta sulla spiaggia, le rilesse con attenzione, e le posò di nuovo con cura in quella cartellina di pelle che aveva comprato da un antiquario, e che la faceva sentire come una scrittrice dannata degli anni 60.

Ma lei non era una scrittrice. Era una che scriveva. Era diverso.

E mentre formulava questo pensiero, si rese conto di quanto fossero importanti e delicate le parole. Come un cibo fresco che deve essere conservato nella sua propria confezione, le parole dovevano essere usate con parsimonia, per non scadere nel retorico, per non scadere e basta.

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Cinque anni prima, su un divano un po’ malconcio e ormai scomodissimo, avevano fumato dell’erba, e si erano messi a fare un gioco. Sballati e sorridenti, elencavano una ipotetica vita. – ti sposerai con una ragazza dai capelli neri, non bellissima, ma con un grande sorriso. I fiori sbocceranno rossi, gialli, blu, in un campo immenso di un verde brillante. Respirerai piano, guardandola negli occhi, e vedrai finalmente che significa essere amato –

Non sarebbe dovuto succedere.

Nella sua completa imperfezione, il momento era bellissimo. Era perfetto. Nella sua completa disarmonia, non poteva esistere qualcosa di più puro e semplice. Eppure, tutto doveva cambiare, perché tutto cambia, sempre.

E un bel giorno, dopo aver consumato un ultimo caffè insieme, lui girò le spalle e andò via. Sparì, insieme a quelle braccia grandi, sparì, portandosi via i suoi capelli lucenti. Sparì, lasciandole una schiena da ricordare e nulla più.

Passarono i giorni i mesi e gli anni. Passò una vita. Lei crebbe mangiando cuori, tenendo in piedi bugie smisurate e amori sbagliati. Crebbe convinta di contenere un mostro dentro di sé, crebbe convinta che quel mostro non poteva mica ucciderlo.

Era una, ma erano due. Era una persona sola, con una bella giacca grigia, un pantalone classico, una camicia a righe rosa, crebbe con una capigliatura sempre ordinata, e un po’ di trucco naturale sul viso. Crebbe sorridendo, mangiando, giocando, scopando, crebbe scrivendo e cantando. Ma sempre, costante, un vuoto.

Il vuoto dell’ultima volta che si erano visti, il vuoto di un’ultima litigata che li aveva lasciati disidratati e confusi.

  • Non possiamo stare insieme. Io ti voglio, tu sei mia, ma devo sentirmi libero di andare. Tu sei mia, ma io non posso essere tuo –

Se solo avesse saputo che non lo avrebbe più rivisto, se solo avesse saputo che non si sarebbero più incontrati, lo avrebbe abbracciato forte, stretto forte, amato forte, e poi lasciato andare.

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Lei si chiamava Adelaide. Non era in realtà il suo vero nome, ma le piaceva essere chiamata così, credere che il suo nome fosse quello. Lei si chiamava Adelaide, lui si chiamava Adriano. Due “a”, per tatuarle insieme.

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Vivevano in due paesi vicini, due cittadine carine e complete, che però non avevano da offrire granché. Erano due città che si trovavano all’interno di una vallata, circondata da colline, piuttosto che montagne, ma con una discreta vicinanza dal mare e poca distanza dai boschi. Il loro punto di incontro preferito, quello clandestino, era un bar. In quel bar lei vi era stata portata da tutti gli uomini di cui era stata amante, sapeva che nessuno li avrebbe visti. In realtà si domandava, talvolta, perché non avesse chiuso. Eppure Adelaide adorava quel bar: delle sedie un pochino arrugginite ma ancora solide, erano disposte intorno a dei tavolini alti e tondi che un tempo dovevano essere stati color argento; tutt’intorno vi erano delle siepi molto poco curate, che però mostravano impavide e strafottenti dei fiori coloratissimi. Loro erano soliti sedere là, ordinare un paio di caffè, e parlare. Quando invece volevano fare sesso, ci andavano la sera, ordinavano un paio di whiskey e giocavano a fare gli erotici con del cioccolato fondente. Ma quando ci andavano di giorno, era veramente per aprirsi a loro stessi, e all’altro. Si raccontavano di tutto, di come era andata la settimana, di come quella dannata professoressa continuava a non rispondere alle mail, e si ascoltavano, guardandosi sempre dritto negli occhi. Si raccontavano anche dei loro amori, e delle loro conoscenze. Lui le faceva vedere le foto delle ragazze con cui ci avrebbe provato, e lei gli dava un voto, nella solita vecchia scala da 1 a 10. Erano contenti, erano ingenui.

– Io vado via –

Senza spiegare dove andasse e perché, disse semplicemente tre parole, che non avrebbero mai più avuto lo stesso significato. Era solito andare via. Poi tornare e riandare via. Ma quella volta, era diverso. Come se avesse capito che sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbero visti, Adelaide alla fine sorrise, e con gli occhi un po’ umidi riuscì a dire solo – Cerca di essere felice –

E quindi, semplicemente, sparì.

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Passarono altri 10 anni. Adelaide ormai, richiusa in un lavoro che non amava più di tanto, si era costruita una famiglia. Aveva un marito che la adorava, ma con la stessa inclinazione al romanticismo di un carapace; due figlie, femmine, alle quali tentava di insegnare ogni giorno che una donna non deve essere per forza madre, può essere tutto ciò che vuole. Sempre.

Nel giardino di fronte casa, un cane ormai anziano faceva ancora la guardia. Lo aveva preso con sé quando aveva poco meno di 30 anni, e adesso che ne aveva quasi 40 quel cane era un po’ stanco. Ma continuava imperterrito ad abbaiare ai piccioni, alle colombe, ai passanti, al postino.

La sua alla fine era una vita abbastanza comoda. Il lavoro non richiedeva grosse responsabilità, non richiedeva uno spreco mentale di energie. Aveva il tempo di pensare alla casa, di frequentare il corso di pilates, di programmare le vacanze con il marito e le due figlie. Aveva ancora entrambi i genitori che le davano una mano durante le vacanze estive, portandosi le bambine in campagna per qualche giorno, dandole il tempo di rifarsi sexy, rifarsi bella, per ritrovare la passione nel suo uomo. Continuava così, quella vita senza pretese e senza sorprese. Continuava così, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Aveva lasciato il suo lavoro da avvocato per stare con la famiglia. Che non puoi essere avvocato e madre. E tutti le avevano ripetuto sempre che una donna non può non voler essere una madre. E lei alla fine ci aveva creduto. E così aveva un onesto lavoro da impiegata, inseriva dati nel computer, beveva caffè, firmava fogli e rispondeva al telefono. In fondo aveva una vita perfetta. Non avrebbe potuto desiderare nulla di più.

Poi, qualcuno bussò alla sua porta.

Adelaide aprì, e lo rivide. Alto, capelli scuri, abbronzato. I denti bianchissimi e la camicia bianca attaccata ai muscoli delle braccia. Mani grandi. Vide quegli occhi verdi. Era tornato per restare.

Non riusciva a pensare ad altro. 10 anni. Lui continuava a spiegarle quanto gli fosse mancata, quanto avesse pensato a lei, quanto ogni cosa che aveva visto la aveva rinchiusa in un piccolo angolo per non dimenticarla e potergliela raccontare.

Adelaide lo guardava, allibita, sconvolta. Quell’uomo parlava di coccodrilli e di elefanti, parlava di balene e di giungle, parlava di persone con gli anelli al collo, che mezzi nudi cacciano con le lance. Parlava di quanto lei gli fosse mancata, di quanto avesse pensato a lei ogni giorno. Erano passati 10 anni. 10 anni. 10 anni. 10 anni. Era l’unico pensiero che riusciva a formulare. 10 anni. Sono passati 10 anni. Come un mantra, una cantilena. 10 anni 10 anni 10 anni.

Chiuse la porta. Rientrò in casa. E decise che non era mai accaduto.

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Adriano vide quel viso sconvolto, e quegli occhi che sembravano smembrarlo. Li vedeva, nerissimi, lucenti, quasi quelli di un diavolo. Delle occhiaie profonde, violacee, e i capelli un po’ arruffati. La vide, dio come era invecchiata. Alla radice aveva qualche ciuffetto di capelli bianchi, le mani portavano delle unghie cortissime e senza smalto, e si ricordò di quando lei diceva che – le unghie lunghe sono per chi non lavora –

Se la ricordava diversa. Aveva sempre avuto fianchi un po’ morbidi, ma ora erano anche un po’ cadenti. I denti erano ingialliti dal fumo, così come l’indice e il medio della mano sinistra. Chissà perché la sinistra – pensò – non ricordo fosse mancina. Era una donna stanca, che dimostrava almeno 5 anni in più di quelli che aveva. Non era, la sua, una stanchezza fisica. Era più come una chiusura. Una chiusura al mondo. Era bella, la vedeva.

E la ricordava. Non era vero che aveva pensato sempre a lei, ma ogni tanto la ricordava. E ricordava di come lei gli spiegasse la politica e il funzionamento del mondo. Di come si entusiasmava per ogni cosa che non le andava bene, lei si entusiasmava e si infuocava e cominciava lunghe conversazioni con sé stessa, dove agitando le braccia lunghe, e corrucciando un po’ la fronte, forniva spiegazioni su quello che sarebbe dovuto essere perché il mondo fosse giusto. La ricordava così, appassionata e sorridente, con il feroce desiderio di vedere i baobab del Madagascar, e i canguri, e salvare le tartarughe marine.

La ricordava piena di vita e piena di speranze, e l’aveva ritrovata in una borghese villetta in periferia, un cane anziano che dormiva sotto un albero, dei giochi sparsi per il salone – o per quello che attraverso lo scorcio della porta pareva essere il salone – i capelli legati con un mollettone e le occhiaie.

Che diavolo era successo? Cosa era successo a quella ragazza con cui scopava, cosa era successo a quella donna che beveva con lui whiskey e fumava sigarette, cosa era successo a quella risata cristallina che ogni tanto, nel buio delle tende o sotto il cielo di una spiaggia, gli risuonava in testa come un campanello.

L’ultima volta che l’aveva vista, aveva notato solo delusione nei suoi occhi. La ricordava perfettamente. Ricordava di quando era stato messo alle strette – se mi ami come dici, non puoi avermi a metà. Se mi ami, se ti manco, se devo essere solo tua, tu devi essere solo mio –

Non avrebbe avuto mai nessuna intenzione di farsi incastrare così. Non da quella donna con un futuro da medio borghese, non da quella donna destinata ad un ufficio e all’artrite. Quanto l’amava, ma quanto facilmente l’avrebbe dimenticata.

Ricordava il campo di grano, ricordava il bar nascosto, ricordava i messaggi e l’erba fumata di giovedì. Ma ricordava anche di tutte le donne che aveva amato, di tutte le donne che aveva conosciuto, e di tutte quelle che gli avevano fatto perdere la testa. E ricordava anche di come un giorno all’improvviso, lei si era allontanata, diventando un po’ più dura, anche nei lineamenti.

Ricordava quell’augurio detto in mezzo ai denti, un po’ come una maledizione – Cerca di essere felice –

Gli occhi lucidi, sicuramente per la rabbia, li ricordava quegli occhi arrabbiati. E le parole mozzicate a denti stretti, la mano destra stretta intorno alla tazzina, e nella sinistra – ah sì, è vero, fumava con la sinistra – una sigaretta. Non riusciva a reggere lo sguardo di Adelaide a lungo. Non ci era mai riuscito.

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Non poteva fare a meno di cercare di ricordare e di trovare un comune denominatore. E allora pensò che forse tra di loro erano i tempi ad essere sbagliati. Si erano amati, si erano voluti, per un tempo che doveva essere stato lungo, anche se non riusciva a quantificarlo, ma poi, ogni volta che si rincontravano, lui la trovava con un altro. E ci provava, le accarezzava la schiena sapendo i brividi che avrebbe suscitato, le spostava una ciocca di capelli mettendogliela dietro l’orecchio, e le sussurrava – stasera andiamo a bere insieme –

Ma lei si scostava, ogni volta più violentemente, e diventava quasi cattiva.

  • Questo mi piace, stavolta non succederà. –

E ogni volta che lei cadeva, si arrabbiava sempre di più. E poi ricordò, di quando lui tentò di abbracciarla in quel letto grande, e lei gli rispose guardandolo male – sei cattivo, non voglio più vederti –

Forse fu in quel momento che la abbandonò. Che decise di dimenticarla. O forse fu successivamente, quando all’aeroporto si trovò da solo, lasciato solo da lei, che gli aveva giurato, un tempo ormai lontano, che l’avrebbe salutato ad ogni partenza. Non c’era nessuno, c’era solo un vuoto. Un paio di valige da imbarcare, e nessuno da abbracciare, nessuno da stringere un’ultima volta. C’era solo il sapore amaro di un ricordo di un caffè, solo una tazzina stretta stretta in una mano. Una sigaretta mezza spenta.

Partì, e non tornò più.

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10 anni dopo, la schiena ormai dolorante, il mondo che aveva visto era magnifico. Ma non sarebbe riuscito a raccontarlo a nessuno. Lui non aveva le parole, non le aveva mai avute. Era lei che traduceva tutto in parole, era lei che sapeva spiegare e sapeva indicare esattamente quello che sarebbe successo. Era lei che faceva le battute. Lui gli portava i suoi ricordi, lei ci ricamava sopra magnifiche storie.

Era tornato, stanco di vagabondare. Voleva rimanere, voleva rivederla. Aveva amato una donna, forse l’amava ancora un po’, ma voleva rivederla. Voleva che lei gli spiegasse di nuovo quanto fosse bella la giungla, quanto fosse fortunato ad essersi bagnato con quella calda umidità. Voleva qualcuno che gli dicesse che la sua vita era magnifica, che sarebbe stato felice, che avrebbe trovato la pace.

Era lei quella che trovava la pace. Ne voleva ancora un po’.

10 anni di silenzio sono tanti. In 10 anni le vite cambiano. Le persone, cambiano.

Aveva trovato quella donna dai capelli neri da sposare. Glielo voleva dire, ma forse lei non avrebbe ricordato.

Così percorse quella strada grigia e ordinata, fino alla terza villa sulla destra. Attraversò il giardino con l’erba curata e l’albero gigante, attraversò il patio con quel dondolo che sembrava ricordare tantissimo una casa americana che una volta aveva visto in un film, bussò a quella porta di periferia, e lei, finalmente aprì.

Aveva ancora quegli occhi neri e quello sguardo arrabbiato, la delusione, poteva ancora vederla. Voleva dirle tutto, provò a spiegarsi, ci provò davvero, ma non era mai stato lui quello bravo con le parole. Non era mai stato lui quello bravo a parlare.

Vide la porta chiudersi.

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Adelaide, quella sera, mise a letto le bambine. Diede loro un bacio sulla fronte, sorrise da lontano al marito sonnecchiante sul divano. Sciolse i capelli, e si vestì comoda. Poi prese l’auto, e guidò, lontano, fino al mare.

Aveva dato un ultimo saluto a tutti quanti. Si girò, vide la città addormentata. L’acqua sempre più calda, la sabbia sempre più fredda.

Un ultimo saluto alla sua famiglia, un saluto da lontano, commosso. Poi si incamminò nell’acqua del mare, ed infine sparì.

Stream of consciousness (più o meno)

Spesso mi trovo a ragionare sui cosiddetti esercizi di gratitudine. Tutte quelle minchiate che fino a qualche anno fa sarebbero state definite “new age”, con quel tono sprezzante da media borghesia che conosco fin troppo bene. Ho cominciato a ragionare sulla meditazione, sulla respirazione, e ho notato che l’esercizio fisico di inspirare e trattenere ed espirare effettivamente qualche cosa lo fa. Così come qualche cosa lo fa il sedatol, la valeriana, la camomilla e le tisane della buonanotte. Qualche cosa. Ma non troppo. Che qui siamo personcine per bene, e t’essa venì in capa di andare in terapia? Certo, puoi farlo, giusto un paio di volte, per far vedere agli altri che comunque qui si sta attenti alla nostra salute mentale e che siamo persone aperte, non chiuse, però non più di due volte: essana pensà che si’ pazz?

Col tempo ho analizzato i miei genitori, e comincio a vederli, ogni tanto, sotto una nuova luce. O forse si dice una nuova ottica? Sono persone, prima di essere genitori. Sono persone arrabbiate, deluse, che a 20 anni hanno cominciato a sfornare figli e si sono fermati solo 12-13 anni dopo, quando eravamo già troppe. Però loro non lo sanno, o forse non lo vedono, su quel bel piedistallo alto che si sono costruiti tutto per loro.

Ma questa è un’altra storia, a ‘sto giro magari li lascio stare, a quei poveri “cristi” dei miei genitori.

Non so manco perché in realtà sto scrivendo, so soltanto che ogni mese, più o meno, mi viene una crisi isterica, decido che la soluzione è scrivere, comincio, deprimo me stessa e gli altri, e poi abbandono tutto: ho più incipit di libri – rectius, di storie -iniziate salvati nel pc che capelli in testa. Ed io non ho pochi capelli. Forse non è quello il mio destino. Che poi che diavolo sarà ‘sto destino di cui tutti parlano, io mi sa che ancora non l’ho capito.

Comunque, dicevamo, ogni mese crisi mistica. Crisi isterica. Crisi e basta. So cosa stanno pensando i più perfidi, che sono gli stramaledetti ormoni che impazziscono con lo stramaledetto ciclo. Ed io rispondo che beh, ci può stare. In fondo, può essere. Perché no? Non siamo forse noi tutti degli animali che vivono al ritmo del nostro corpo – o comunque ‘na cosa del genere?

Questo mese non voglio deprimere me o qualcun altro. Forse questo è solo uno dei miei mille flussi di coscienza, che stavolta internet si è meritato. Forse.

Mi sa che devo riorganizzare i pensieri.
Va beh, facciamo che ci si vede tra un mese. Ciao internet. È stato bello.

Di nuovo.

Che poi alla fine è vero quello che dicevano in quel film italiano di un paio di anni fa; tutta quella manfrina sul saper disinnescare, sulle discussioni che non devono diventare lotte di supremazia. Alla fine mi sembra che il concetto sia giusto, e che debba, o possa, valere per tutti rapporti. Anche in famiglia, anche tra colleghi, anche in amicizia. L’invidia fa soffrire, tanto, tutti. E non mi posso, qui, permettere il lusso di ripetere frasi trite su quanto l’invidioso soffra nel profondo del suo cuore, ma è così, è la verità. E mi rendo conto di quanto l’orgoglio sia appannaggio o degli stupidi o degli immortali. Ed io sicuramente non sono immortale, e manco stupida. E allora glielo scrivo, che mi manca, a quell’amica che mi ha ferito e ferito e ferito e ferito ancora; forse non risponderà, forse risponderà in maniera brutale, mi ferirà di nuovo. Ma che importa. Saper disinnescare, cercare e trovare la chiave giusta. E se non funziona, se la bomba esplode, almeno ci ho provato. Di nuovo.

10 kg in sovrappeso

Da qualche parte un giorno ho letto che si diventa grandi quando si smette di dare la colpa ai propri genitori (o una cosa del genere). Questa cosa mi è rimasta impressa parecchio, quasi a fuoco. Quindi io, che incolpo i miei genitori di almeno 2/3 dei miei danni mentali, praticamente sarei una criatura? Mi sono sentita abbastanza chiamata in causa co’ ‘sto fatto, ed ho iniziato una luuunga analisi su me stessa, fatta di “cazziatoni”, di lacrime e di guardate brutte e perplesse allo specchio; alla fine sono addivenuta alla conclusione che sì, effettivamente forse sono un po’ criatura. Così, ho smesso, almeno in parte, di incolpare loro. In parte, eh.

Ma a quel punto mi sono ritrovata in una situazione per me nuova, e senza via di uscita: e ora che me ne faccio di tutti i miei problemi? Che ci faccio con tutte le mie domande senza risposta, con tutte quelle cose che continuo a sognare? Di chi è la colpa se non sono su una barca a salvare le balene, o se non sono immersa in qualche fondale oceanico a studiare i coralli, o ancora se non sono in un qualche sgangherato appartamento di New York a scrivere il mio romanzo nel cassetto? Ma ancora, e soprattutto, di chi è la colpa se a 30 anni sto ancora a casa dei miei genitori, che mi mantengono? Beh, da lì, una personalità masochista e autolesionista come la mia, una risposta l’ha ovviamente trovata. Una personalità così ipercritica, così drammaticamente abituata a sentirsi inadeguata e insufficiente, una risposta l’ha trovata velocissima. Ovviamente, la colpa è la mia.

Ed ecco iniziati alcuni degli anni più bui di sempre. Roba che le tragedie greche possono accompagnare solo (spero si dica così, la verità è che non so usare bene questi nuovi modi di dire da giovani, ma ci provo). Calmanti, psicologo, palestra, poi ancora calmanti, incubi, fidanzati che trovi, fidanzati che lasci, poi di nuovo valeriana – ma non era meglio un po’ di roba chimica? – le sigarette assai, e poi la bronchite, troppe sigarette, smetto di fumare, lacrime ancora, pizze e alcool, ernia iatale – amm fernut pur e ber e magnà – ancora valeriana, griffonia e Fiori di Bach, svenimenti allo studio, il dominus  che mi porta in braccio in ospedale, poi lasci il lavoro, poi ne trovi un altro, fai la cameriera e pulisci i bagni –  ti hanno pisciato nel cesso, vai a pulire –  e nel mentre tu pensi che por**tr*** tu c’hai una laurea, una specializzazione, una abilitazione, uno studio di 10 anni alle spalle e stai portando le birre al parcheggiatore abusivo al quale davi un euro quando andavi a fare i controlli in Tribunale per conto di quello stesso dominus di cui sopra. Che diavolo sta succedendo? E mo, con chi me la prendo?

Ho continuato a guardare le persone che partivano con un senso di invidia mista ad ammirazione; poi tornavano e le sentivo dire è comodo per te, stai ancora attaccata alla zizza di mammà – ma io non mi sentivo propriamente comoda mentre lavavo i bicchieri a mano nel ristorante – che la lavastoviglie si era momentaneamente rotta, e non mi sentivo comoda neanche quando andavo al tavolo di miei coetanei nullafacenti che mi guardavano un po’ schifati perchè ommioddio sta facendo la cameriera; le vedevo, quelle persone, mie sorelle, mie amiche, miei amici, prendere aerei e andare a fare una vita meravigliosa in un posto lontano, e mi dannavo per aver scelto una laurea come giurisprudenza, per non conoscere le lingue, mi nascondevo pure un po’ – se vogliamo essere onesti –  dietro al fatto che  la mia laurea all’estero non vale nulla, se parto avrò buttato 10 anni della mia vita – che poi non è manco una completa bugia, sempre se vogliamo.

Poi in fin dei conti manco mi dispiaceva del tutto la situazione che stavo vivendo: in fondo, un giorno, lo avevo desiderato davvero di diventare PM; quindi forse quel desiderio stava ancora là da qualche parte ficcato sotto allo stomaco, nella pancia – che fa anche ridere se poi penso che soffro di gastrite e di colite, quindi forse nella mia pancia non è il posto migliore per nascondersi, ma va beh – devo solo ritrovarlo, dargli nuova vita, tipo come quando le piante di mia madre stavano morendo perché non le avevo innaffiate e mia cugina mi disse di metterci un po’ di lievito nell’acqua – ecco, forse dovrei trovare il mio lievito.

Fatto sta che per anni mi sono incolpata, perché divisa in due, e mi dicevo che in fondo, in fondo, ma proprio in fondo, forse stare a casa coi miei genitori che mi mantengono è davvero una scelta comoda. Forse lo voglio.  Se uno ci pensa, i giovani di oggi non vogliono fare niente, vogliono stare sul divano, sono mammoni.

Eppure io continuavo a non sentirmi comoda.

Ho scelto quindi di dedicarmi allo studio. Solo a quello. Ho lasciato ristoranti, bar, promozioni nei negozi di stupidi elettrodomestici – non ero neanche tanto brava – e bambini del doposcuola, ho lasciato tutto, per studiare. Forse il mio lievito era quello: se mi fossi concentrata a fondo sul concorso in magistratura, avrei ritrovato la scintilla.

Ma manco questo è stato. Ma allora?

Poi mi è venuta una illuminazione. Sono i miei 10 kg in sovrappeso. Il problema, intendo. Che detta così sembra solo una nuova fissazione di una pigra ragazza medio borghese – ma esiste ancora la borghesia?

10 stramaledetti kg in più. Che su una ragazza di ossatura grossa, non sono poi tantissimi. Significano un rotolino sulla pancia un pochino morbida, un sedere pronunciato, fianchi larghi – da fattrice, dicono le donne grandi quasi come una maledizione – nient’altro. Non sono nulla di grave, nulla di così sconvolgente. Eppure, eppure, eppure stanno lì. Sui miei fianchi, da anni. Nascosti dietro al non si fa body shaming, ognuno è bello col suo corpo; nascosti dietro ai mi vedo bella così, sto bene nella mia 46, ci sto comoda – adesso è il caso di usarla questa parola – mamma non rompere; nascosti dietro ai vado in palestra non per dimagrire, ma per mangiare di più.

I miei 10 kg in sovrappeso, che non riesco a togliere, perché in realtà non voglio togliere. Perché un giorno, da qualche parte, avevo letto che il primo sintomo dell’AIDS era il dimagrimento eccessivo, e non capendoci nulla, in preda ad un attacco di ipocondria, decisi che se fossi dimagrita avrebbe significato avere l’AIDS (sono sempre stata un genio, lo so); perché il cibo è sempre stato mio amico, va beh quasi sempre, diciamo la maggior parte delle volte in cui ero –  anzi, sono ­– triste, mi consolo mangiando una pizza, un dolce, mezzo kg di cioccolato e 21 nocciole; perché poi, quando ero ancora più triste, dopo aver mangiato tutta questa roba, cominciavo a sentirmi in colpa, avevo mangiato troppo, non mi meritavo tutta questa felicità, e allora la pizza e la cioccolata e le nocciole e il gelato si mischiavano tutti in un unico pappone marroncino e puzzolente, che spariva giù nello scarico – lontano dagli occhi, lontano dal cuore e anche dai fianchi, aggiungo io.

I miei 10 kg in sovrappeso, 10 kg che pesano come fossero 100 kg. E pesano come tutte le valigie che non ho fatto per tutti gli aerei che non ho preso, per tutti i viaggi che non ho mai prenotato – perché non c’ho soldi.  E non c’ho soldi perché non lavoro, non lavoro perché sto studiando, sto studiando per perseguire un sogno – o forse inseguirlo? –  che forse non è manco più il mio – se mai lo è stato davvero.

E allora giù a sentirmi in colpa per non aver fatto la valigia, per non essere partita anche io, per non essermene andata via. E quei 10 kg pesano sulle spalle come una intera casa.

E poi, un giorno, un mio amico, uno di quelli che ti scaldano il cuore quando ci sono e te lo spezzano quando vanno via, mi disse che era LUI ad invidiare ME, perché tu ti stai costruendo qualcosa per il futuro, io invece no.

Ed è stato in quel preciso momento che ho capito che non esiste una scelta comoda. Perché è vero, non sono andata via, ma mi è costato. Mi costa ancora. Mi costa il dover rimandare e rimandare ancora quella che io chiamo la mia felicità (mi costa come tutte quelle volte che vorrei comprarmi un vibratore, ma poi mi ricordo che c’ho una madre ficcanaso e dei genitori nel complesso troppo antichi, onnipresenti, e che la casa è la loro, le regole da seguire pure, e il vibratore non rientra tra le cose permesse – eh, persino questo, già). Mi costa perché mia mamma mi aveva detto un giorno che la scrittrice non si fa di professione, prima ci si trova un lavoro fisso e poi si scrive come hobby, ed io le ho creduto, le ho creduto a tal punto che ho cominciato a pensarla anche io così. Non esiste una scelta comoda, io non sono comoda nel mio letto, col riscaldamento pagato dai miei genitori, usando un internet pagato sempre da loro, mangiando il loro cibo. Cioè, STO comoda, ma non SONO comoda. Non sono comoda, non lo sono mai stata. Non lo sono stata quando rinunciavo ad uscire nel week end per andare a lavorare, non lo sono stata quando ho rinunciato a tutte quelle cose belle che la gente intorno a me poteva permettersi ed io no, perché io ancora non ho un’entrata. E non sono comoda neanche quando mi ripeto, e me lo ripeto tutti i giorni, da anni, che io in realtà una famiglia non la voglio, che sto bene da sola, che comunque se anche volessi un figlio – ed è un grosso SE – cosa gli farei mangiare, pane e amore?

Vorrei concludere questo testo dicendo che non sono mai stata comoda, ma che per il mio sogno ne vale la pena. Vorrei davvero concludere con una arringa finale che va ad elogiare chi sceglie di lottare per la propria terra, chi sceglie di rimanere, così, giusto per fare da contrasto a tutte quelle voci che elogiano chi parte, chi va via. Vorrei davvero, davvero, poter dire che adesso tutto è chiaro e cristallino, che tutto, prima o poi, troverà una risposta, una soluzione, un perché, e che tutto si incastrerà al proprio posto.

Ma mi sentirei falsa. Molto falsa. Perché io non lo so se ne vale la pena. Io non lo so se voglio fare il magistrato. Io mica lo so se è la scelta giusta per me. Io non lo so. Nessuno di noi lo sa.  E allora mal comune, mezzo gaudio, come ho letto una volta da qualche parte (dovrei smetterla di leggere cose a caso, forse). La verità, quella vera, la vera verità, in fondo, è che nessuno di noi lo sa. Non possiamo sapere cosa sarebbe accaduto se avessimo scelto qualcosa piuttosto che quello che poi, effettivamente, abbiamo scelto – che se il nonno teneva 3 palle, lo chiamano flipper (questa è una delle mie preferite!).

Per il momento, mi tengo i miei 10 kg di sovrappeso. Che alla fine, i fianchi larghi piacciono pure al mio fidanzato, e per il momento, va bene così.

Ricordi di un’altra me

Sarebbe carino sentire di nuovo quella mano accarezzarmi. Ricordo di quando nel riflesso della finestra ti vedevo sorridere. La luce arrivava in maniera trasversale, e illuminava solo la parte sinistra del tuo volto: l’occhio sinistro, un pezzo di bocca, una ciocca bionda.
Sorridevi, un po’ maliziosa, e mi guardavi con il viso un po’ abbassato, come a voler farmi credere che sei una creatura innocente, un po’ bambina ancora. Soffiavi sulla tua tazza di caffè, e ridacchiavi.
Ricordo che in quella mattina silenziosa sarei rimasta a sentirti ridacchiar per ore. Sembrava una scena estratta da un romanzo giapponese, di quelli delicati che parlano di fiori di ciliegio e rami candidi. Sembrava la scena di un film, dove le protagoniste hanno sempre quelle tazzone di caffè bollente. Sembrava un cliché, un bellissimo cliché, e a me andava bene così.
Non avrei desiderato nient’altro.
Se solo tu fossi rimasta. Se solo un giorno non fossi tornata a casa e non ti avessi più trovato. Non ti ho più trovato. Non un maglione, non una camicia, non un paio di mutandine o un capello sulla spazzola. Non un’ impronta di labbra su un bicchiere o un mozzicone di sigaretta. Eri sparita, come se non fossi mai esistita, il tuo profumo, il tuo DNA era sparito dall’appartamento, come non fossi mai passata di qui.
Eppure continuavo a vederti, al bar con le amiche, e tu continuavi ad avere quell’aria un po’ infantile e un po’ maliziosa. Sapevi che ti stavo guardando, ti piaceva essere osservata. Ma non c’eri più.
Non eri più nel letto la notte quando ti pensavo, non eri più nelle lenzuola fresche di bucato, la tua risata la potevo sentire solo come un’eco.
Un’eco nella lavastoviglie che fa rumore quando la apri, un’eco nella lavatrice che si spegne dopo la centrifuga, un’eco nel portoncino di casa che sbatte quando rientri da lavoro, un’eco nel rumore della carne che sfrigola sulla piastra. Un’eco nella “macchinetta del caffè” che borbotta e spiffera.
Eppure non c’eri più. Eppure ti ho amata.
Eppure sei sparita, lasciandomi solo sete e nulla più.
Eppure tu mi amavi. Tu, mi amavi? Non era quello che mi ripetevi, costantemente? Non era quello che ci legava? Sei sempre stata tu quella serena tra di noi.
Sei sempre stata tu quella che continuava ad andare avanti, che tanto le cose si sarebbero aggiustate. Sei sempre stata tu quella che non aveva bisogno di ulteriori conferme. Tornavi a casa, studiavi, preparavi l’insalata, eri serena. Dei giorni, più difficili, magari ti incupivi un po’ di più, ma poi mi sorridevi e a me… mi si scioglieva l’anima. Ti bastavano un paio di ore di sonno per fare il pieno di energia, nelle situazioni più drastiche anche un piccolo pianto davanti ad un film romantico. Qualche cioccolatino, o un bel bicchiere di vino, e rinascevi a nuova vita, trovavi la forza per far vivere tutte e due. Eri tu, la forza, la forte.
Ti osservavo dal letto, quando ti guardavi allo specchio, nuda, e scoppiavi a ridere per quel rotolino nuovo sulla pancia.
La tua risata era ossigeno.
Poi ti andavi a fare la doccia, che doveva essere bollente, e doveva creare tutto un vapore caldo intorno a te.
Mi ricordo di quando ti truccavi, e facevi tutte quelle smorfie per scurire bene tutte le ciglia col mascara, e far seccare bene il rossetto rosso. E poi facevi quella cosa di guardarmi tramite lo specchio, alzando un po’ le sopracciglia come a fare la sexy. E ridevi. Quanto ridevi. Dio santo, quanto cazzo ridevi.
E ti ricordi, di quella volta in cui, mentre ti stavi truccando, sei inciampata all’indietro e per poco non hai sbattuto la testa sul bidet? Che fortuna che hai avuto, ma che spavento! Il cuore batteva forte. E poi, nitido, ricordo quel pensiero improvviso, come uno strappo sui jeans – peccato che non abbia sbattuto la testa –
È bastata una frazione di secondo, un pensiero che non sarebbe più tornato. Lo mandasti via, ridendo imbarazzata.
Ma era lì. Ci era passato. Quindi era lì.
Ed è stato quello forse il giorno in cui hai smesso di ridere? Perché non ti ho fermato?
Ti vedevo mentre ti incupivi ogni giorno di più. Vedevo la fatica nel guardare lo specchio e sorridere. Ma tu lo facevi lo stesso, sorridevi lo stesso. Ma si sentiva la stanchezza di quel volto e di quegli occhi che ormai fuggivano ogni contatto.
– Va tutto bene –
Andava sempre tutto bene. Continuavi a sfumacchiare, forse sempre un poco in più. La sera, a casa, non trovavo più di 5 mozziconi, ma sapevo che gli altri erano stati già buttati, il posacenere già svuotato.
Come ho fatto a non capirlo. Per sempre, me ne pentirò per sempre.
E adesso che mi manchi come non mai, adesso che non riesco neanche più a ricordare il tuo sapore, adesso che non ti vedo negli specchi, né nella doccia, ora che non ti sento più camminare con quel passo pesante tra le stanze, me ne pento. Chiedo scusa, profondamente scusa.
Vorrei gridartelo, vorrei portarti dei fiori, o delle piante grasse che ti piacevano sempre un po’ di più. Vorrei portarti al mare, o a vedere Copenaghen. Vorrei farti volare con il deltaplano, comprarti un aquilone. Quanto darei per sentire di nuovo quella risata e per vedere gli occhi accartocciarsi da un immenso sorriso, il naso un po’ umido per il raffreddore e i capelli sconvolti per il vento.
Che cosa darei per sentire di nuovo l’odore delle tue mani, che sapevano sempre di caffè e crema idratante e nicotina.
Ricordo perfettamente quello che provavi. Quando, dopo l’episodio della doccia, cominciasti ad avere paura di te.
Ti aggiravi per la casa, e guardavi i coltelli. Li soppesavi, cercavi di capire quanto fossero appuntite le lame. Non ti ho mai fermata.
Ogni tanto ti scoprivo, nelle tue “passeggiate notturne”, quando salivi sul tetto del palazzo e guardavi giù, per capire quanto fosse alto.
Non ti ho mai fermata.
E ogni volta che ti scoprivo, ogni santa volta, tu ti imbarazzavi sempre un poco in meno.
Forse ti sentivi legittimata, forse era giusto così.
Ti sentivi legittimata, perché proprio io, non avrei potuto dirti niente. Era colpa mia, ti stavi spegnendo per colpa mia.
Io lo sapevo, e non ti ho mai fermata.
Ogni tanto urlavi un po’, mi minacciavi, dicendo di avere bisogno di contatto, di avere bisogno di più abbracci di più carezze di più parole di più amore.
Ma non ti ascoltavo. Pensavo di te che fossi stanca, pensavo di te che fossi esaurita. Mi gridavi la tua voglia di vedere il mondo, mi dicevi che eri stanca di bere caffè dalla stessa tazza di sempre, che non poteva essere questa la vita, non solo questa. Non ti ascoltavo.
Ero sicura sarebbe passata, così come era venuta.
Adesso capisco quegli animali che alla paura reagiscono nascondendosi.
Ti stavo perdendo, ogni giorno di più. Tu mi guardavi, e adesso quella finestra illuminava degli occhi lucidi. Piangevi, urlavi. Mi minacciavi.
Ma io non ti ho mai fermata.
E così, un giorno, semplicemente sei sparita. Non c’era più neanche il ricordo del tuo passaggio.
Ed io, io non ti ho mai cercata.
E adesso mi manchi. Mi manchi da morire, ma continuo a non cercarti. Sei sparita dalla mia vita, e mi hai lasciata da sola a fumare sigarette e bere vino. Da sola a truccarmi con il mascara e il rossetto rosso. Non rido più, mi guardo ancora allo specchio, ma le sopracciglia non sono alzate.
Torno ancora a casa la sera, preparo l’insalata, studio.
Ma tu sei andata via, ed io mi sento così sola.
Tu sei andata via, io sono andata via.
Potevo capire, dovevo capire. E adesso, che sono andata via, sento un vuoto. Un pezzo che non c’è più.
Guardo il rotolino nuovo sulla pancia, nuda sul letto. E non rido più. Bevo caffè bollente, ma non mi guardo più nel riflesso della finestra con la metà sinistra del volto illuminata.
Sei andata via, sono andata via.
E adesso non sento neanche più una mancanza.
Non ti ho mai fermata, non ho mai fermato me.
E adesso che sono un poco più sola, sono sempre una. Sono sempre io, sono sempre stata io.
Vittima e carnefice di me stessa, odiata e amata, e sorridente e incupita. Sono sempre stata io. E adesso che non ci sono più, la vita inizia. Di nuovo.

Un saluto

 

– Ma lui come sta? Cosa devo dirgli? –

In questi momenti non ci sono mica parole giuste. C’è solo l’ennesimo cuore lacerato.

Perchè all’improvviso questo stupido universo ha deciso di toglierti qualche cosa di importante.

Senza un motivo apparente, anzi, senza motivo e basta.

– Digli che gli vuoi bene e che lo aspetti, con una lucina accesa per fargli trovare bene la strada e un bicchiere di vino –

Ma a cosa serve poi? Diventi presenza, ma non puoi colmare un’assenza. Non una del genere, non una così profonda. C’è solo da bestemmiare forte, ma quale Dio? Se tu non credi in niente che non sia la vita stessa, e quella vita ti scivola via, ti viene strappata in malo modo, e non c’è quindi più nulla a cui appellarsi. Chi dovremmo bestemmiare? Forse l’universo, l’unica entità astratta, ma reale. E allora questo significa che diventiamo universo. Dobbiamo credere che diventeremo energia ed universo.

Diventiamo albero, diventiamo cane, diventiamo vento, diventiamo abbraccio. Diventiamo carezza. Solitaria, stanca, affettuosa carezza.

In questo mondo che ogni giorno ci sorprende sempre un poco in più con cattiverie e atrocità, noi alla fine diventeremo carezza.

– E allora digli che la sua mamma lo accarezza, ancora. Che il vento gli prenderà il volto tra le mani, ancora. La pioggia gli darà un bacio sulla fronte, ed il fuoco griderà l’amore che non può più sentire –