parole

Le parole
Sempre
Hanno un peso.
Una leggerezza
Una sensualità
Come il seno di una puttana
O la tetta di una madre.
Bisogna sceglierle
Ed accarezzarle
Dando spazio, nuovo
Ad ogni minimo pensiero,
Sancendo su carta
Tutto quello che sfiora la mente.
Bloccarlo
Fermarlo
Prima che scompaia.
Per assolverci da ogni cosa.
Da ogni peso
E da ogni leggerezza.
Fino al momento in cui
Sarà più facile
Dormire.

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Pausa caffè

Sai che ti dico? Che adesso io scrivo ancora un po’.

Domani, come sempre, ci vedremo: io ti sorriderò, tu mi dirai che senza me non puoi vivere, io fingerò di crederti e berremo il nostro caffè.

Poi, come sempre, ti girerai e andrai via.

Ed io rimarrò ferma a guardarti la schiena, con l’esigenza fisica di parlarti, ma senza dirti nulla.

Come sempre.

per – donare

 

Bisognerebbe, ogni giorno, farsi un regalo.

 

Guardarsi dentro, trovare la strada, capire e sorridere, di fronte allo sbaglio commesso mesi prima, di fronte alla litigata mai risolta, di fronte alla risata beffarda di chi ti ha preso tutto.

Ogni mattina, guardando il sole sorgere un’altra volta, capire e ricordare che quella persona che si è alzata ieri, non è la persona che si è alzata oggi.

E’ diversa.

Oggi avrà un pezzo in meno. Una piccola scheggia di cuore in meno. Un capello in meno, e forse anche un sorriso in meno.

A questo punto bisognerebbe farsi un dono.

Perdonare e perdonarsi.

Per – donarsi, ogni giorno, quella piccola scheggia di cuore mancante all’appello.

Dimitra [part. 1]

Si allontanò lentamente, tenendo lo sguardo fisso di fronte a sé. Quella che continuava a vedere era un’immagine che non le apparteneva. Era gommosa, unta, ricoperta da liquame viscido e biancastro, che sorrideva, mostrando denti neri e bucati.

Lo specchio, sempre lui, il grande nemico, la porta verso quella che lei non era. O forse era.

Quando provava ad avvicinarsi a quell’essere per vederlo meglio e studiarne le fattezze, si ritrovava catapultata dall’altra parte, faccia a faccia con lei. Con se stessa. Con una lei nascosta, da qualche parte, armata, sporca di sangue e con i polsi tagliati. Con la se stessa dalla testa sfracellata, dalla se stessa con la pancia bucata da coltelli ruvidi, seghettati e arrugginiti. Era quella con la mazza da baseball in mano, che colpiva chiunque le si avvicinasse, spaccando crani e facendo uscire cervelli rosa e grigiastri che poi cadevano al suolo, morbidi e umidi.

Continuava a cercare di allontanarsi da quello specchio, ma ne era ormai diventata parte. Ogni tanto riusciva a cacciare il volto fuori, respirare di nuovo, rivedere i colori. Ma la sua mano, la sua gamba, il suo piede, metà testa erano lì, invischiati e bloccati in quel buio senza fine e senza nome, con quella donna con i suoi stessi capelli, che urlava e rideva sguaiata.

Ogni tanto vedeva di nuovo la luce. Ma la maggior parte del tempo era il buio.

E per ogni mano protesa, per ogni persona che cercava di prenderla, di recuperarla, di tirarla verso il sole, ce ne erano due che la calciavano dentro, che la spingevano, costringendola ad una infinita tensione tra le mani che la salvavano e i calci che la punivano.

Forse una soluzione c’era. Era pur sempre uno specchio. Poteva lasciarsi andare lì dietro, rimanerci e nel frattempo riflettere la luce altrui.

Poi Dimitra incontrò un uomo. Legò una corda molto sottile alla sua caviglia, e se la attaccò in vita. Sperava di poter essere trascinata fuori da quel limbo maledetto. Ma ogni volta che riusciva ad allontanarsi un poco in più, quella donna, dall’altra parte, gridava furiosa, gli occhi ingigantiti, una specie di lamento, un dolore straziante e fortissimo, e mentre gridava la riportava più vicino.

In poco tempo si trovò invischiata sempre più. Non riusciva a muoversi.

La corda si staccò: era sottile, in fin dei conti.

E poi, infine, si abbandonò.

Mentre si abbandonava a quell’anima dannata vide la mano di quell’uomo tesa verso di lei. Non riuscì ad afferrarla, e sprofondò nel buio.

Claire & Louis [ parte IV]

Sapeva che non si sarebbero visti per più di un mese, e quello che proprio non riusciva a sopportare era l’idea che non avrebbero potuto neanche scriversi, o sentirsi.

Con tutta probabilità lui avrebbe mangiato qualche altro cuore, sorridendo con quei denti bianchissimi, incorniciati da un’abbronzatura perfetta, emanando quel profumo suo solito, di pane, di fumo e di buono.

Sarebbe sceso dalla barca, nella sua t-shirt colorata e nei suoi bermuda bianchi, e a piedi scalzi avrebbe camminato sulla banchina del porto, portandosi dietro i suoi segreti, così faticosamente conservati.

Claire, abbandonata su una spiaggia assolata, con le cuffiette e le orecchie piene di musica, a protezione dal mondo esterno, l’acqua fredda e cristallina, sognava che su quella isola sarebbe potuto scendere lui, prima o poi.

Quella mattina era scesa in spiaggia, nel suo costumino fucsia a strisce, i capelli legati alla meno peggio in uno chignon arruffato, occhiali da sole e una borsa troppo grande, marrone.

Non aveva mai dato peso o importanza al modo di vestire, non amava abbinare rossetti e  smalti, non capiva l’ossessione che le donne provavano per tacchi, gonne e messe in piega.

Attraversò la strada, e percorse un vicolo strettissimo che passava attraverso mura bianche e azzurre, quasi come a volersi abbinare al mare blu che si stagliava sullo sfondo e al bianco delle decine di barche ormeggiate tranquille. L’odore del caffè che proveniva dal bar all’angolo era forte, il chiacchiericcio delle persone sedute, il loro sventolare ventagli colorati, tutto era così maledettamente perfetto e posizionato nel posto giusto, nell’angolo esatto, quasi a formare una cartolina. Una signora in particolare, la colpì. Rimase a fissarla, alla fine del viottolo. Era bella, sulla cinquantina, vestita con una tunica rosso corallo che nascondeva male le grosse curve morbide, le unghie laccate, i capelli raccolti e un sorriso stampato in faccia, perenne.

La signora parlava e sorrideva e continuava a sorridere alle persone intorno a lei, ma era sola. Non aveva uno sguardo più intimo per qualcuno, non aveva mai accarezzato la mano dell’uomo seduto accanto a lei. Era sola. Ma felice. E Claire non poteva fare a meno di interrogarsi su quella grassa e bella signora, chiedersi da dove venisse, quella poteva essere la sua storia.

Claire non si accorse che nel fissare quella donna, si era fermata alla fine del vicoletto, talmente stretto che la donna, alta, bionda, presumibilmente tedesca, dietro di lei, dovette colpirla un paio di volte sulla spalla, per risvegliarla dal suo torpore e farla spostare.

Continuava a sembrare un vegetale.

Non riusciva a dimenticare le ultime parole che si era scambiata con Louis.

Aveva urlato contro di lui, sperando di piangere qualche lacrima che però non le usciva, “perché diavolo non mi dici la verità? Dobbiamo rimanere almeno amici? Dimmi la fottuta verità, per una volta!”

Ma Louis non rispondeva, non amava essere aggredito, e ogni volta era una scusa, ogni volta cacciava quella storia, storia che, diceva, lo aveva ferito, che gli aveva fatto capire che con lei non ci sarebbe mai potuto stare. “ti sei scopata Frank”.

Una sentenza.

2017. Auguri a te

Questi auguri vanno a chi non comprende una sorella, e la offende, ergendosi dietro un forzato affetto. Vanno ad un’amica, con i suoi tormenti e le sue malinconie, e il suo bisogno di attenzioni che non chiederà mai. A chi quell’amica non la capisce. Questi auguri vanno a chi non sa chiedere scusa, e si cela dietro un labilissimo muro di falso perbenismo. Questi auguri vanno a chi ti ha fatto piangere, a chi ti ha usato, per arrivare ad uno scopo, e magari ci è anche riuscito, rimanendo, alla fine, impunito. A chi ti ha scatenato i peggiori incubi, e a te, che hai avuto gli incubi. Ai sensi di colpa, a chi te li  ha fomentati, e a chi invece ci è passato sopra come fosse un camion. Questi auguri vanno a chi si sente solo, ed è pieno di amici, a chi odia il mondo e non sa perchè. Questi auguri sono per chi rimane incastrato in una storia, solo per paura, e a chi una storia non la vuole, preferendo rovinare quelle altrui, spargendo i semi del tradimento, solo per gonfiare, ancora un po’, un ego smisurato. Al tradito, che non riuscirà mai a spiegarsi il perchè; al traditore, che rimarrà insoddisfatto anche quest’anno; ma soprattutto agli amanti: agli amanti per noia, agli amanti per gioco, agli amanti per amore. Questi auguri vanno a chi ha perduto tutto, a chi non ci crede più, e piuttosto che sognare, preferisce sedersi e aspettare. Questi auguri vanno a voi: che possa il 2017 donarvi la capacità di guardarvi allo specchio e di perdonarvi.